Terezín o Theresienstadt

Terezín, località posta a nord della Repubblica Ceca vicino al confine con la Germania è un paese a tutti gli effetti. Ha i suoi abitanti, la chiesa, una pizzeria, le auto parcheggiate lungo le strade, un bazar grande e poi uno più piccolo, una farmacia, il municipio, tre o forse quattro hotel, la fermata dell’autobus, le panchine, la segnaletica stradale, i cassonetti per l’immondizia, una drogheria e a poca distanza un negozio di articoli elettrici…

Ci si può sorprendere di tutto ciò perché ci si aspetterebbe un cupo memoriale grande quanto lo era il celebre campo di concentramento e prima ancora, quanto lo fu la fortezza che venne edificata alla fine del Settecento per proteggere Praga da un possibile, ma mai accaduto, assalto delle truppe prussiane.

Una volta arrivati a Terezín, abbiamo seguito la segnaletica posta nelle tabelle di color marrone che indicano un luogo di interesse storico. Siamo così arrivati nel centro del paese dove abbiamo parcheggiato l’automobile già dentro il “campo”.

In seguito, per qualche minuto, ci siamo guardati intorno provando da subito una forte e ben giustificata sensazione di straniamento che sarebbe aumentata percorrendo il severo reticolato di strade costeggiate da monotoni edifici a due piani che riempono lo spazio protetto dalle antiche mura di cinta.

La cosa più sorprendente in quel luogo, e di cui a tutt’oggi non riesco a capacitarmi, disse Austerlitz, fu per me sin dall’inizio il suo vuoto.

Da Austerlitz di W. G. Sebald

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A Terezín, lungo le vie, non si incontra nessuno. In realtà, le buche delle lettere con la posta appena consegnata, i bidoni della spazzatura riempiti e posti all’esterno delle case in attesa del loro svuotamento e le automobili parcheggiate, testimoniano che in quelle abitazioni ci sono delle persone che ci vivono. Persone che, tuttavia, non si vedono, neppure percorrendo per intero le lunghe vie e guardando insistentemente dentro le molte finestre (ma c’è qualcuno dentro? C’è un dentro?).

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Particolarmente inquietanti mi parvero le porte e i portoni di Terezín, che sbarravano tutti l’accesso, come credetti di avvertire, a un oscurità non ancora violata nella quale nulla più si muoveva tranne l’intonaco che si sfalda dalle pareti …

Da Austerlitz di W. G. Sebald

La storia di Terezín è nota, lo è in particolare il suo trascorso di campo di concentramento “modello” che veniva esibito a chi voleva investigare sulle condizioni di vita di così tanti uomini e donne che in un numero sempre più cospicuo venivano deportati verso est. Qui a Terezín, si inscenava una sorta di idillio del tutto improbabile e che in altri “campi” non poteva neppure essere immaginato anche solo per una semplice e estemporanea rappresentazione.

Meno noto è il suo trascorso di città fortezza edificata con massicci bastioni che avevano il compito di assicurare una formidabile difesa dagli assalti degli eserciti nemici. In realtà, ugualmente a quanto accadde per altre località fortificate allo stesso modo, le possenti difese non furono mai di alcuna utilità poiché la tecnologia militare ne superò rapidamente l’efficacia rendendole in poco tempo già obsolete.

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Ciò che non avevamo in alcun modo preventivato prima della nostra visita è che ancora oggi si pretende di “inscenare” a Terezín la quotidianità di un paese qualsiasi. Chiaramente, tutto ciò non può in alcun modo risultare possibile.

Il visitatore, infatti, non potrà che provare un forte senso di straniamento poiché è inevitabile che i suoi occhi finiscano per guardare la località attraverso le immagini di documentazione del suo drammatico passato che sarà possibile cancellare.

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Il Museo del Ghetto (Muzeum Ghetta) posto nella piazza principale (piazza nám. ČSA) ci è parso come un maldestro tentativo di ficcare le tragedie delle quali Terezín fu testimone dentro delle sicure mura e a esclusivo beneficio di visitatori recidivi  nella loro ricerca storica.

Fortunatamente, durante la nostra visita il museo era chiuso. Fortunatamente perché tutto ciò che qui accadde tra il 1941 e il 1945 è già ben documentato e, escludendo la visita museale, ci si può dedicare con maggiore attenzione alla straniante realtà di un luogo tra i più evocativi e cupamente suggestivi d’Europa.

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C’è anche la grottesca questione dei decori presenti nelle facciate di alcuni palazzi. Grottesca, perché osservandoli ci si rende conto che rappresentano anch’essi uno spudorato  tentativo di mistificare, abbellendola, la realtà.

In un caso, i decori diventano particolarmente sfacciati nel loro intento assumendo persino la forma di due donzelle che alzano la mano per toccare una grande coppa decorata con ghirlande di pietra. La scultura è a tal punto sgraziata che ne sono consapevoli le stesse due immobili giovani donne e ce lo fanno capire mostrandoci un’espressione profondamente cupa e rassegnata. Un maldestro abbellimento che, qui, a Terezín continua a simboleggiare un passato comunque irrimediabile.

Ancor più deprimente era l’aspetto ostile delle mute facciate delle case, dietro le cui finestre cieche, per quanto vi levassi lo sguardo, non si vedeva muovere neanche una tenda.

Da Austerlitz di W. G. Sebald

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L’ultimo pensiero prima di partire, è andato alle persone che qui furono “concentrate” e che in seguito furono per lo più condotte in altri “campi”, quelli polacchi, dove non c’era più nulla da sperare. Anche questo pensiero, tuttavia, non riesce a essere di semplice cordoglio, perché la tentazione di credere che quelle persone siano, in realtà, ancora qui a Terezín nascoste dietro le tende delle finestre, è molto, molto forte…

Sentii con inequivocabile certezza che quelle persone non erano state condotte via, ma vivevano ancora, stipate nelle case, nei sotterranei e nei solai …

Da Austerlitz di W. G. Sebald


Ringrazio Winfried Georg Sebald, perchè senza il suo magnifico Austerlitz, la visita non avrebbe, forse, avuto luogo e certamente non avrebbe avuto lo stesso significato …

Tutte le fotografie sono state da noi realizzate a gennaio 2016
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