Mauthausen, Austria

Risalendo i colli disposti alle spalle della cittadina austriaca di Mauthausen si raggiunge il memoriale di quello che fu uno dei più celebri campi di concentramento e di lavoro realizzati dai nazisti …

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La prima cosa che colpisce il visitatore è lo stato di conservazione del memoriale. La sua integrità è sorprendente così come lo è l’impeccabile organizzazione dell’accoglienza che prevede un comodo parcheggio, un centro informazioni, una libreria particolarmente curata e uno spazio per riposare bevendo un caffè o un tè. L’ingresso è dovutamente gratuito.

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All’interno del memoriale si trova un centro documentazione che scandisce l’evoluzione della storia del campo di concentramento dalla sua fondazione che coincise più o meno con l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, alla sua tardiva liberazione per mano delle armate americane che aprirono le sue il 5 maggio del 1945, quattro giorni dopo la morte del Führer.

Il visitatore è “chiamato” a vagare tra le diverse aree visitabili per poi ricevere una completa informazione su ogni aspetto della tragica storia di questo luogo. La visita dura necessariamente molto più tempo del previsto perché i materiali esposti sono particolarmente efficaci e ben suddivisi per periodo e area tematica. Tutto è compiutamente e meticolosamente contestualizzato.

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Prima di entrare nella fortezza superando i bastioni della porta di ingresso principale, la Porta Mongola, ci si trova in un’ampia area dove sono collocati numerosi monumenti commemorativi; monumenti che le diverse nazioni fecero erigere in memoria dei loro morti. Il loro numero è già sufficiente per farci capire l’immensità della tragedia che si consumò dentro le mura di Mauthausen: tragedia che coinvolse molte categorie di individui provenienti, più o meno, da ogni nazione occupata dall’esercito tedesco. Alcuni di questi monumenti sono particolarmente espliciti, altri, invece, sono di natura concettuale: nell’insieme costituiscono un vero e proprio museo del cordoglio all’aria aperta.

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Un aspetto ricorrente delle nostre numerose visite fatte in luoghi simili è la naturale propensione alla solitudine e al silenzio. La stessa cosa, comunque, accade anche agli altri gruppi di visitatori ad esclusione di quelli che inutilmente scelgono la visita guidata.

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Durante la visita ho osservato un visitatore che si occupava di specifiche questioni tecniche muovendo con attenzione lo sguardo su ciascun dettaglio dei diversi impianti che si trovano nella stanza delle docce e nelle due stanze con conservanti i forni crematori. Concentrava l’attenzione sulle macchine, sui condotti e sui molti dettagli meccanici e idraulici di questi. Così, ho iniziato a fare anch’io.

Correttamente, considerava quelle memorie di metallo come apparecchi con una destinazione d’uso specifica che non è quella di impressionare fino a far inorridire i visitatori, ma quella di far passare i liquidi (o i gas?) e di controllarne il flusso, oppure, nel caso dei forni, quella di raggiungere temperature elevate al punto da ridurre a un mucchietto di cenere un intero corpo umano. Apparecchi che qualcuno ha progettato e poi realizzato affrontando le molte implicazioni economiche, tecniche, funzionali …

Nell’insieme, questi impianti, costituiscono una testimonianza decisamente emblematica della rigidità e sterilità di un “sistema” ramificato, complesso e difficile da interpretare …

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Oppositori politici, prigionieri di guerra, intellettuali potenzialmente pericolosi, asociali, omosessuali, testimoni di Geova, ebrei e disabili, insieme ai criminali comuni, costituivano le principali categorie di coloro che hanno forzatamente abitato questo luogo. C’erano poi i carcerieri, anche loro immersi in questo orrendo spazio dedicato al contenimento, al lavoro forzato, alla rieducazione, alla persecuzione e al massacro. C’erano, infine, centinaia di altri individui che per le ragioni più varie lo frequentavano, vuoi per una consegna, vuoi per un intervento su qualche impianto, oppure, semplicemente perché vivevano in prossimità di questa fortezza. Lo stesso spazio è oggi frequentato esclusivamente da silenziosi visitatori che si aggirano straniti tra le baracche e i vari memoriali. Anche noi eravamo straniti e silenziosi.

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All’interno del centro di documentazione, una dettagliata tavola progettuale ha attirato in particolar modo la mia attenzione. L’elemento simbolo del campo di concentramento e di lavoro di Mauthausen, l’ingresso principale con le sue caratteristiche torrette poste sopra i due bastioni, è mostrato attraverso il disegno tecnico che ne ha definito forma e misure. Testimonianza interessante perché, a volte, mi sembra quasi possibile che questi posti nascano in modo spontaneo, oppure, che siano l’immediato risultato di una decisione presa e realizzata in un momento di incontrollabile e furioso accanimento. Nella realtà, un campo di concentramento, prevede una accurata pianificazione e progettazione, che, come in questo caso, non trascurò neppure una certa ricercatezza formale.

Tutte le fotografie sono state realizzate da noi a gennaio 2016 e sono disponibili in modalità Creative Commons a questo link
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