Biennale d’Arte di Venezia 2017: i padiglioni nazionali presso i Giardini della Biennale

In un mondo pieno di conflitti e scossoni, in cui l’umanesimo è seriamente compromesso, l’arte è la parte più preziosa dell’essere umano: questa, la promettente introduzione che la curatrice francese Christine Macel fa alla sua biennale veneziana. Il titolo dell’esposizione è Viva Arte Viva e si traduce in un esplicito invito a approcciare le opere con apertura e entusiasmo. Noi, al solito, abbiamo iniziato la visita partendo dai Giardini della Biennale dove, tra qualche déjà vu e alcune esposizioni leggermente sottotono, abbiamo trovato infinite proposte decisamente interessanti…

I 29 padiglioni dei Giardini della Biennale espongono un’ampia e eterogenea selezione di artisti, temi, stili e forme espressive. L’esposizione segue l’impostazione della curatrice Christine Macelcuratore capo del prestigioso Centre Pompidou di Parigi (sua la direzione artistica del Padiglione Centrale dei Giardini di Venezia) e quella delle commissioni nazionali che hanno individuato gli artisti per i rispettivi spazi espositivi. Il risultato? Viva Arte Viva!

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Ecco svelati attraverso alcune immagini e una breve descrizione, i padiglioni della Biennale di Venezia 2017 che, secondo la nostra sindacabilissima opinione, meritano maggiore attenzione…

Caos Russia…

Il padiglione Russia rappresenta sicuramente il lato oscuro dell’esposizione. Qui, troviamo l’esplicito monito (o presagio?) di un futuro decisamente preoccupante dove dominano nuovamente le ideologie, i regimi, le masse militarizzate e un clima di terrore, violenza, caos. L’opera cardine dell’esposizione è Cambio di scena dell’artista moscovita Grisha Bruskin (classe 1945) e si articola in innumerevoli sculture che danno forma ai fantasmi del passato, ma anche a quelli del presente e del futuro…

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Stravagante malessere

Impossibile non approcciare il padiglione Inghilterra con crescente curiosità. Al suo interno, infatti, il visitatore diventa un vero e proprio esploratore mentre cerca un passaggio (ma anche un perché…) tra le ingombranti e sornionamente evocative grandi sculture del progetto Folly proposto dalla artista Phyllida Barlow (classe 1944). Le opere sono site specific e trasformano l’antico padiglione in un luogo surreale dove, via via, la curiosità cede il passo a emozioni contrastanti abilmente nutrite da fantasiose forme create con materiali poveri e mantenuti volutamente allo stato grezzo… Strepitoso!

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Irriverenza finnica

Nel piccolo padiglione Finlandia, una sensazionale installazione con video e sculture animatroniche, inscena in modo comico e irriverente gli stereotipi associati alla storia del paese nordico e alla sua identità nazionale. Geb e Atum, due pupazzi, intrattengono una surreale conversazione sulla società finlandese lasciando il pubblico esterrefatto, incredulo e divertito. L’opera, degli autori Nathaniel Mellors e Erkka Nissinen, si intitola I nativi di Aalto (l’architetto Alvar Aalto è stato uno dei personaggi finnici più influenti; si occupò anche del progetto del padiglione veneziano dove è ospitata l’opera che lo ricorda e lo omaggia come padre di tutti i finlandesi)…

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La Corea del signor K

L’artista Lee Wan ha casualmente trovato uno scrigno con all’interno decine di fotografie che illustrano la storia famigliare dell’anonimo signor K vissuto in Corea durante il secolo scorso. L’inattesa scoperta ha portato l’artista a ricostruire attorno a ciascuna immagine il relativo contesto storico e culturale utilizzando altre immagini e oggetti. L’opera Mr K and the collection of Korean History è posta all’ingresso del padiglione Corea e ne costituisce il lavoro di maggior rilievo consentendo al visitatore di viaggiare nello spazio e nel tempo seguendo l’ordine cronologico della documentazione esposta. Ci sono anche altre interessanti sorprese come la riproduzione dell’opera di Rodin, il Pensatore, per la cui colorazione, l’artista Cody Choi ha fatto uso dello stesso sciroppo che per anni lo guariva dalle continue indigestioni…

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L’immagine fotografica

L’opera fotografica dell’artista Dirk Braeckman (classe 1958) ha un valore ragguardevole perché incentrata sull’immagine, sulla sua natura e poetica e sulla possibilità di sottrarla al flusso continuo di stimoli visivi nel quale siamo quotidianamente immersi. Braeckman lavora in modo tradizionale, le fotografie sono realizzate in analogico e sottoposte a complessi processi di trasformazione durante le fasi di sviluppo dei suoi bianco e neri. Il risultato sono opere fortemente evocative che spostano l’attenzione dal soggetto alla pratica fotografica e dalla contemporaneità a un tempo indefinito. Il padiglione Belgio, omaggia l’artista con una personale particolarmente accurata nella presentazione.

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Il dilemma greco

Metafora della complessa relazione tra nativi e immigrati, la video installazione Laboratory of Dilemmas (realizzata dall’artista George Drivas), se da un lato rischia di diventare eccessivamente complicata nella sua fruizione, dall’altro rappresenta un ottimo stimolo alla riflessione poiché inscena un dilemma (accogliere o non accogliere?) e ci invita a pensare a una possibile soluzione. Guardando le sequenze video di un documentario scientifico al quale è stato sottratto il finale, percorrendo il labirinto che ci trasforma in vere e proprie cavie e cogliendo i riferimenti all’antica tragedia Le Supplici di Eschilo, opera che per la prima volta mise in scena la questione della relazione con lo straniero, viviamo un’esperienza formativa e, forse, illuminante. Ancora una volta, il padiglione Grecia incentra l’esposizione sulla attualità di un paese (come il nostro) di frontiera rispetto ai flussi migratori.

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Provocazione teutonica

Il padiglione Germania rischia di confondere e forse anche turbare il visitatore, ma non per la complessità dell’opera e neppure per il tema affrontato. L’installazione e la performance d’arte site specific dell’artista Anne Imhof  (classe 1978), è una provocatoria e violenta metafora della condizione dei giovani (?) rappresentati come segregati, ma anche protetti, da un recinto presidiato da cani dobermann. All’interno del padiglione, sono nuovamente sacrificati poiché costretti a muoversi in spazi angusti, anonimi, liquidi e degradanti. Il pubblico, potrà osservare il tutto dall’esterno, oppure dall’interno attraverso corridoi protetti da spessi cristalli che lo separano da ogni possibile rischio di contaminazione. La performance (vera e propria nota dolente) viene eseguita solo durante i sabati e le domeniche. L’opera intitolata Faust ha meritatamente vinto il Gran Premio della Giuria (ma ha anche ricevuto molte critiche contrastanti)…

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Biennale d'Arte di Venezia 2017, Padiglione Germania

Il tempo ammuffisce la memoria

Sin stand still è il titolo dell’installazione site specific dell’artista Gal Weinsten. L’opera rappresenta il decadimento che il tempo produce sullo spazio (in questo caso lo spazio è quello dei due livelli del padiglione Israele) e riproduce il progredire delle muffe, lo sbiadire delle decorazioni murali, le ossidazioni e altri segni lasciati dalle intemperie e dall’abbandono. Potente metafora dell’inevitabile trasformazione e deterioramento della memoria collettiva, il lavoro di Weinstein é solo apparentemente distruttivo poiché meticolosamente realizzato e perfettamente contestualizzato.

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Domani è un altro giorno

Il padiglione Stati Uniti presenta una personale intitolata Tomorrow is another day dell’artista di colore Mark Bradford. Tra le opere, quella che apre l’esposizione è decisamente straniante: una massa bulbosa incombente e dalla superficie butterata, pende dal soffitto occupando quasi per intero la prima sala che si incontra superando l’ingresso e costringendo il visitatore a girarci intorno. Metafora di una condizione di vita dove sono assenti credibili riferimenti istituzionali e sociali (siamo nell’epoca di Trump), l’installazione apre una mostra straordinaria che trasforma il padiglione Stati Uniti in un luogo fortemente evocativo, allestito con opere di notevole bellezza e dove si compie un percorso che da uno stato di crisi porta al domani che è pur sempre un altro giorno

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Sculture per un minuto

Il padiglione Austria è il luogo ideale per giocare e divertirsi seguendo le precise istruzioni che il simpatico artista Erwin Wurm ha lasciato su un vecchio camper e su alcuni accessori disseminati qua e là nelle sale espositive. Lo scopo? Trasformare il visitatore in una One minute sclulpture: una scultura che dura solamente un minuto (ma che rimarrà comunque impressa negli inevitabili selfie)… All’esterno del padiglione, troviamo un camion disposto verticalmente con la cabina posta alla base. Il camion che diventa una surreale torretta di avvistamento, potrà essere risalito e, dalla sua sommità, si potrà idealmente osservare il Mediterraneo così come vuole il titolo dell’opera: Stand quiet and look out over the Mediterranean Sea.

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Metafore di vita urbana

Le grate metalliche che costituiscono la pavimentazione del severo padiglione Brasile realizzato nel 1964 in stile brutalista, sono l’oggetto dell’intervento della giovane (e bella) artista brasiliana Cinthia Marcelle che ha disposto in ordine casuale dei sassi tra gli interstizi metallici. Semplice, ma significativo poiché cogliamo subito e senza bisogno di alcuna informazione ciò che l’opera concettuale suggerisce (e anche ciò che critica) in relazione alla rigidità della progettazione architettonica urbana e delle relative conseguenze sociali…

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Retro-pacifismo ungherese

In ogni epoca c’è bisogno di nuove visioni per gli scopi dell’umanità, questo il significato delle opere esposte presso il dimesso, ma significativo padiglione Ungheria. Al suo interno, espliciti richiami alle utopie del passato, interrogano su cosa è rimasto di queste e su cosa, invece, potrebbe rimanere. In un tempo caratterizzato da forti tensioni geopolitiche, guardare ciascun contributo che l’artista Gyula Varnai raccoglie nel suo progetto Peace on Earth, fa riflettere sulla necessità di tornare a immaginare società ideali e, forse, fa recriminare un po’ sulla carenza di forza espressiva per un messaggio, invece, così stimolante…

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Demoni egizi

Il video multicanale girato in un villaggio egiziano (l’artista è Moataz Nasr) è una vera e propria sorpresa. L’opera (la proiezione dura 12 minuti) coinvolge per la qualità cinematografica delle sequenze, per il riuscito effetto immersivo e per la contestualizzazione che vuole il pubblico entrare in uno spazio che ricorda un deserto notturno. Il video The Mountain narra dei demoni che abitano le antiche tradizioni di una remota località nel deserto e della sfida che a questi farà una giovane abitante nell’intento di dimostrarne la non esistenza. Il finale non è scontato. Decisamente il padiglione Egitto è tra i più interessanti dell”intera manifestazione invitando il pubblico a importanti attribuzioni di significato…

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La visita ai padiglioni nazionali dei Giardini della Biennale di Venezia in occasione della Biennale d’Arte 2017 è stata nuovamente fonte di infiniti stimoli e occasione per conoscere artisti tra i più e i meno noti.

Se parteciperete per la prima volta all’evento, vi suggerisco di leggere i miei consigli su come visitarla seguendo questo link.


Tutte le fotografie sono state da noi realizzate presso i Giardini della Biennale in occasione della Biennale d’Arte di Venezia 2017, potete vedere tutto il reportage fotografico (disponibile con licenza Creative Commons) seguendo questo link.
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6 thoughts on “Biennale d’Arte di Venezia 2017: i padiglioni nazionali presso i Giardini della Biennale

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