Chemnitz, Germania: visita alla città della modernità

Arriviamo a Chemnitz di sera. Restiamo in periferia e la periferia è placida e silenziosa e anche suggestiva. Passeggiamo tra alcune gradevoli abitazioni di fine ottocento e qualche ordinata palazzina degli anni del socialismo che ci ricorda che siamo nella ex Repubblica Democratica Tedesca. In giro non c’è nessuno, ma sentiamo un vocio uscire da un’antica brauhaus dove, giocoforza, ci fermiamo per cenare. La serata scorre tranquilla e con noi siede Bartosz un simpatico giovane di origini polacche la cui famiglia emigrò in Germania già nel 1989. La cameriera è gentile e gioviale e il cibo è abbondante e buono e le bratkartoffeln sono squisite. La nostra pensioncina è accogliente ed è gestita da una anziana signora che ci fa sentire subito come a casa. Insomma, si può essere felici anche a Chemnitz…

Centro città, ore 9.00. Siamo nella pizza principale, la Neumarkt, dove finalmente ci interroghiamo sul perché siamo venuti a Chemnitz. La risposta ce la da un minuto elenco di mete che avevo segnato nel taccuino e che inizio a individuare nella mappa della città raccolta presso l’ufficio turistico. Sono tutte vicine e raggiungibili in pochi minuti a piedi. Intorno a noi nessun turista, se vai in Sassonia, vai a Dresda o a Lipsia non a Chemnitz. La meta, tuttavia, ci appare già a prima vista come non trascurabile e per incoraggiarci decidiamo di raggiungere subito il monumento simbolo della città, il Monumento a Karl Marx posto lungo il viale che un tempo era il Karl Marx Allee (oggi Brückenstraße) nella città che in quello stesso tempo era la Karl Marx Stadt

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Il monumento a Karl Marx di Chemnitz (Foto: CC, gravitat-OFF)

Alto 13 metri dei quali 7 dedicati al solo volto del barbuto filosofo, economista, politologo, storico, sociologo, uomo politico e giornalista tedesco, dal 1971, anno della sua inaugurazione, il monumento se ne sta immobile e impassibile nella sua seriosa espressione artistica di impronta profondamente socialista. Wikipedia ci informa che siamo davanti al secondo busto più grande al mondo poiché c’è quello di Lenin a Ulan-Ude in Russia che è di 60 centimetri più alto.

Leggo che il 9 ottobre del 1971, 250.000 persone erano disposte lungo l’ampio viale in attesa che il busto venisse svelato. Ma ci pensate? Una folla oceanica in attesa che qualcuno svelasse il soggetto di una statua… Allora è questo il primato del Monumento a Karl Marx; quello del più nutrito pubblico al momento della sua inaugurazione…

La piazza Neumarkt di Chemnitz

Nella pubblicità rivolta al turismo, Chemnitz si presentata come la Stadt der Moderne, la città della modernità. Due sono le ragioni. La prima è che Chemnitz prosperò a partire dal diciannovesimo secolo quando diventò la più importante città industriale della Germania con lo skyline dominato da infinite ciminiere fumanti che le valsero il soprannome di Manchester della Sassonia e anche di Rußnitz (fuliggine). La seconda è che il centro storico e con esso l’antichità, venne cancellato dai bombardamenti alleati che distrussero il settanta percento dell’edificato.

Ciò che rimane, pertanto, è la modernità che è sopratutto quella del dopoguerra e, di conseguenza, quella dei controversi anni della Repubblica Democratica Tedesca. Edificio simbolo di questo periodo è la Stadthalle che ha la funzione di centro culturale e sala congressi.

Chemnitz, la Stadthalle

L’avevamo vista in fotografia e avevamo apprezzato la peculiare texture scultorea della immaginifica copertura posta lungo i lati del corpo principale. Aperta al pubblico nel 1974, la Stadthalle è tutt’oggi attiva e vi si svolgono gli eventi pubblici più importanti della città. La vestizione venne realizzata tramite elementi modulari in calcestruzzo dalla forma poligonale ingegnosamente applicati uno sopra l’altro come mattonelle. L’architettura è interessante e scenografica ed è d’obbligo realizzare una ripresa fotografica ristretta perché isolando il sinuoso motivo dell’involucro dal contesto si può apprezzarne appieno l’originalità.

Dettaglio della copertura della Stadthalle di Chemnitz

Andiamo oltre seguendo l’ampia Brückenstraße e raggiungiamo uno degli edifici icona del modernismo architettonico che porta la prestigiosa firma dell’architetto ebreo tedesco Erich Mendelsohn. Si tratta della storica filiale dei grandi magazzini  Schocken oggi adibita a museo dell’archeologia sassone (Staatliches Museum für Archäologie).

Edificata tra il 1929 e il 1930 fu tra le rare costruzioni sopravvissute ai bombardamenti alleati e al progetto del governo socialista di ricostruzione della città che aveva come obiettivo la cancellazione del suo passato architettonico, urbanistico insieme a quello sociale e culturale…

La sede storica dei grandi magazzini Schocken di Chemnitz

I magazzini Schocken rappresentarono una vera e propria innovazione diventando il primo edificio a uso commerciale a esprimere i canoni della Nuova Oggettività. Alla facciata curvilinea, inoltre, è stata impressa una straordinaria dinamica con un movimento che segue sia la direttrice verticale che quella orizzontale, quest’ultima sottolineata dalla moderna finestratura a nastro.

I magazzini di Mendelsohn sono un monumento all’innovazione, allo sviluppo, al benessere, alla frenesia commerciale e tutto questo appariva ancora più evidente di sera, quando le fasce parallele di luce artificiale si mostravano ai Chemnitzer delle Repubblica di Weimar come l’evidenza più eloquente della conquistata modernità…

In prossimità del Monumento a Karl Marx

Abbiamo il tempo di soffermarci per fare alcune riprese fotografiche mentre la città inizia a animarsi con finalmente qualcuno che ha deciso di passeggiare e qualcuno che si reca da qualche parte in automobile. In realtà, non sono in molti a frequentare le vie del centro né di mattina e neppure di pomeriggio. Non ne restiamo particolarmente colpiti poiché avevamo letto che dopo la caduta dell’Antifaschistischer Schutzwall (la Barriera di Protezione Antifascista, conosciuta come Muro di Berlino) la demografia della città collassò. I suoi abitanti lasciarono le loro modeste unità abitative per approfittare delle molte possibilità offerte dalla Germania occidentale che, ieri come oggi, garantiva e garantisce lavoro, reddito e assistenza di gran lunga più vantaggiosi rispetto a quanto disponibile nei territori degradati della ex Repubblica Democratica Tedesca.

Chemnitz, lungo la Brückenstraße

Con la curiosa sensazione di avere la città tutta per noi, ci rechiamo al Museo d’Arte della città di Chemnitz, il Kunstsammlungen Chemnitz. Siamo pronti per immergerci nell’altra modernità, quella pittorica che qui è rappresentata in particolare dagli espressionisti del movimento Die Brücke (Il Ponte) costituitosi nella vicina Dresda. Tra i fondatori dell’influente gruppo artistico vi fu Schmidt-Rottluff che nacque a Rottluff, località posta nel circondario di Chemnitz. Per questa ragione, il museo, ospita numerose sue opere dedicandogli un’intera, ampia e magnifica sezione.

Sarà, tuttavia, il dipinto di un altro espressionista de Il Ponte a rivelarsi di particolare interesse poiché straordinariamente narrativo. Si tratta del quadro Chemnitzer Fabriken (Le Fabbriche di Chemnitz) realizzato da Ernst Ludwig Kirchner nel 1926 a seguito della sua visita nella città dove in gioventù trascorse alcuni anni (vi frequentò le scuole superiori) prima di trasferirsi a Dresda.

Il quadro dispone numerose ciminiere fumanti di fronte ai campanili delle chiese e delle storiche abitazioni del centro raccontandoci una città dominata dall’industria e dalla fuliggine e dalle architetture degli opifici che erano caratterizzate dai “moderni” tetti a shed o a denti di sega che iniziarono a diffondersi proprio negli anni venti.

Ernst Ludwig Kirchner , Chemnitzer Fabriken (1926)

Usciti dal museo, ritorniamo nella centrale Neumarkt e finalmente ci accorgiamo della presenza di numerose statue di matrice sovietica che a Chemnitz sono ovunque, ma mai valorizzate ed anzi, per lo più marginalizzate e persino danneggiate. Il loro denominatore comune è il socialismo che assume le scultoree forme di ben proporzionati corpi che sono quelli dell’orgoglioso proletariato. Notiamo che, malgrado l’intento propagandistico non fu possibile in alcun modo rimediare all’espressione dei granitici volti che finì inevitabilmente per scivolare dal fiero all’assente e persino all’incupito.

La bellezza e l’orgoglio dell’uomo sotto il socialismo, Gerd Jaeger (1974)

Nel centro città, scopriamo un concentrato di edifici antichi che, tuttavia, possiamo contare sulle dita di una mano. Troviamo il Municipio Vecchio (Alte Rathaus) e il contiguo Municipio Nuovo (Neuen Rathaus), l’austera Chiesa di San Giacomo (Jakobkirche) con la facciata in stile liberty, la Torre Rossa (Der Rote Turm) che ricorda l’origine medioevale del capoluogo e, infine, la facciata barocca della Siegertsches Haus, l’unica fedelmente ricostruita tra quelle che davano prestigio alla Neumarkt.

Chemnitz, la Siegertsches Haus in piazza Neumarkt

Primo pomeriggio. Usciamo dal centro e raggiungiamo una delle abitazioni icona della modernità trasformata in museo di se stessa: la Villa Esche. L’edificio venne progettato dall’architetto e designer d’arredi belga Henry van de Velde che, come molti suoi colleghi coevi, transitò dall’art nouveau al razionalismo seguendo il percorso che portò l’architettura fuori dal vicolo cieco della ripetizione dei modelli del passato e verso la modernità.

Van de Velde fu il direttore della Scuola d’Arte Applicata di Weimar che il suo illustre successore, Walter Gropious, trasformò nella celebre e seminale Bauhaus. Realizzò numerosi edifici sia in Belgio che in Germania approfittando della diffusa richiesta durante i primi anni del ventesimo secolo di costruzioni moderne nelle forme, nei materiali e nelle soluzioni funzionali.

Nei primi anni del Novecento, il facoltoso imprenditore tessile Hubert Eugen Esche incaricò l’architetto belga di progettare la prestigiosa residenza per la sua famiglia e successivamente, nel 1911, di realizzarne in coerenza l’ampliamento. Poiché situata in periferia e lontana dagli opifici che costituirono il principale obiettivo degli attacchi aerei, la villa non subì gravi danni e fu a più riprese egregiamente ristrutturata. Oggi è visitabile anche al suo interno.

Anche la Villa Esche partecipò alla storia della città e più in generale alla storia europea. Nel 1945, Esche lasciò l’abitazione per trasferirsi nella Germania occidentale. La villa fu inizialmente occupata dall’esercito sovietico e successivamente dalla Stasi, la famigerata e paranoica polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca. Con la riunificazione, entrò nel patrimonio del Museo d’Arte di Chemnitz che la trasformò in casa museo. Villa Esche fa parte del circuito iconichouse.org.

Rientriamo nella nostra pensione e nuovamente partecipiamo a una lunga e improbabile chiacchierata con la nostra ospite che ci parla in tedesco mentre noi possiamo unicamente cogliere quanto espresso dalla sua gestualità. Avrà all’incirca settant’anni, forse qualcosa di più. I primi quaranta, li ha vissuti a Karl Marx Stadt, nella Repubblica Democratica Tedesca, gli altri, a Chemnitz, nella Repubblica Federale di Germania. Con molta probabilità, ha partecipato all’inaugurazione del monumento a Karl Marx e ha visto le macerie della guerra e le industrie collassare tutte insieme e nel giro di poco tempo. Ha visto i suoi vicini di casa partire per raggiungere le città dell’ovest e la rapida selezione di statue che dopo il 1989 fece rimuovere quelle più esplicite lasciando “in piedi” solo il rigido e assente proletariato. Forse era felice anche durante gli anni della Repubblica Democratica Tedesca, in ogni caso, ora, mentre ci parla, è felice e ride e noi ridiamo con lei…

 

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