Ciò che rimane dell’architettura nazista

Tra il 1933 e il 1945, nei territori del Terzo Reich sorsero architetture fortemente ispirate ai valori, ai principi e agli intenti propagandistici espressi dalla dirigenza del partito nazionalsocialista. A queste si accompagnarono opere rispondenti a impellenti necessità di carattere bellico (ad esempio, le opere difensive) e importanti interventi a carattere infrastrutturale (a partire dalle autostrade). Non mancarono, infine, architetture funzionali allo sviluppo del famigerato sistema concentrazionario. Molti progetti restarono sulla carta. Di quelli realizzati, molti furono abbattuti dai bombardamenti alleati o demoliti nel corso di successivi interventi di riassetto urbano. L’eredità architettonica del regime, tuttavia, è ancora in parte presente ed è oggetto tanto di imbarazzo, quanto di attenzione. Vediamo alcuni tra gli edifici eretti durante gli anni del nazionalsocialismo tutt’oggi visitabili…

La Haus der Deutschen Kunst di Monaco di Baviera

La Haus der Deutschen Kunst di Monaco di Baviera fu edificata tra il 1933 e il 1937 anno della sua inaugurazione. Il progetto fu affidato all’architetto e ingegnere (navale) Paul Ludwig Troost (1878-1934) incaricato di realizzare un importante centro espositivo in sostituzione del preesistente palazzo delle esposizioni denominato Palazzo di Vetro che andò distrutto nel 1931 nel corso di un incendio. La Casa dell’Arte Tedesca, oggi semplicemente Casa dell’Arte, è posta al margine nord occidentale dei rinomati Giardini Inglesi.

L’edificio ebbe il compito di stabilire nella città bavarese il primato culturale diventando punto di riferimento del nascituro quartiere dei musei. Ebbe anche il ruolo di dare concretezza all’ideale di edificio di rappresentanza secondo i criteri del nazionalsocialismo. Lo stile adottato divenne programmatico, fu ammirato dal Führer e la Haus der Deutschen Kunst rappresentò l’opera cardine del monumentalismo di regime avendo dato forma alla simbologia (richiamo ai fasti della Roma imperiale) e alla propaganda di partito (gigantismo, inamovibilità, glacialità).

La Haus der Deutschen Kunst di Monaco | © Looking for Europe 2017

Il suo neoclassicismo squadrato unitamente all’uso espressivo del colonnato (le colonne sono in stile dorico semplificato) e all’austerità della smisurata sala di ingresso (la Ehrenhalle) con pareti e colonne rivestite di marmo rosso, rappresentarono l’espressione più netta dell’intento monumentale dell’architettura del nazionalsocialismo. L’edificio fu realizzato impiegando le più recenti tecniche costruttive con struttura in acciaio e cemento, quest’ultimo ricoperto di pietra. L’opera non nasconde precisi riferimenti ad uno dei capolavori del neoclassicismo tedesco, l’Altes Museum di Berlino progettato dall’eminente Karl Friedrich Schinkel (1781 – 1841).

L’architettura “muscolare” della Haus der Deutschen Kunst non dimenticò di comprendere anche un’area interrata destinata a bunker antiaereo con la ragguardevole superficie di 292 metri quadrati suddivisi in 14 celle o camere. La sua presenza nel profondo ventre dell’edificio è eloquente testimonianza del clima politico prebellico sospeso tra la minaccia, l’azzardo e la paura di una implacabile reazione da parte del “nemico”.

La Haus der Deutschen Kunst di Monaco di Baviera | © Looking for Europe 2017
La Haus der Deutschen Kunst di Monaco di Baviera | © Looking for Europe 2017

La Haus der Deutschen Kunst fu inaugurata nell’ottobre del 1937 alla presenza di Adolf Hitler. L’esposizione di apertura fu la Große Deutsche Kunstausstellung che ebbe il ruolo di imprimere una nuova linea all’arte di regime insieme a un esplicito rifiuto delle espressioni artistiche considerate degenerate (queste furono oggetto della mostra denigratoria Entartete Kunst che si tenne in contemporanea presso il monacense Istituto di Archeologia dell’Hofgarten). La manifestazione artistica venne ripetuta annualmente diventando una delle principali ricorrenze per la propaganda del Nazionalsocialismo. L’ultima esposizione si tenne nel 1944 mentre ancora nel febbraio del 1945 si studiavano i progetti per la successiva e mai avvenuta edizione.

Paul Troost morì nel 1934 non riuscendo a vedere il suo lavoro ultimato. L’architetto tedesco lasciò in eredità un’opera manifesto a cui si riferirono i suoi successori partendo dal più noto architetto e urbanista di regime Albert Speer. Oggi, l’edificio è in uso con la denominazione Haus der Kunst e al suo interno si svolgono le mostre d’arte contemporanea più avanguardiste della città bavarese. Come raramente è accaduto per le architetture di regime, l’edificio è stato nuovamente impiegato per il medesimo scopo per cui fu edificato. Per depotenziarne il valore simbolico il portico e il caratterizzante colonnato sono oscurati dagli alberi disposti in linea tra l’edificio e l’ampio viale Prinzregentenstraße.

Secondo Hitler, il principio regolatore doveva essere quello di rendere la forma adeguata alla funzione: la glaciale grandiosità del neoclassicismo (riveduto e corretto) si addice a agli edifici di rappresentanza, il regionalismo agli ostelli per la Hitlerjugend o alle Ordensburgen, mentre per strutture industriali o di servizio (come le stazioni ferroviarie o autostradali) si doveva ricorrere al funzionalismo modernista.

Da Memorie di Pietra di Gian Pero Piretto (ed. Raffaello Cortina, 2014)

architetture naziste
La attuale Haus der Kunst di Monaco di Baviera | © CTG/SF

L’Olympiastadion di Berlino

L’Olympiastadion di Berlino fu concepito per accogliere 100.000 spettatori e venne realizzato per dare luogo ai giochi olimpici del 1936. Inserito all’interno del Reichssportfeld (oggi Olympiapark) è l’edificio più imponente tra quelli eretti o mantenuti tra i preesistenti, per l’importante occasione sportiva. L’Olympiastadion aveva l’arduo compito di diventare l’edificio simbolo della superiorità tedesca: compito che fu svolto egregiamente. In un’epoca di forti tensioni geopolitiche (il recente “strappo” della remilitarizzazione della Renania, l’imminente Guerra civile spagnola…), l’edificio doveva dimostrare al mondo la solidità e inamovibilità del regime diventando un severo monito per le nazioni “nemiche”. Per questa ragione, ci si ispirò allo stile monumentale classico e in particolare a quello dell’anfiteatro romano a cui si riferiva in modo diretto la ripetizione delle arcate concepite squadrate per sottolineare il carattere muscolare dell’edificio.

architetture naziste
L’Olympiastadion di Berlino | © Looking for Europe 2018

I lavori di edificazione iniziarono nel 1934 con la demolizione dei preesistenti ippodromo e stadio e terminarono nel 1936. Si rispettò la preferenza per edifici con limitato sviluppo verticale adottando l’avanguardista soluzione di interrare lo stadio sino al livello della prima gradinata (o anello). Lo scheletro dell’anello porticato fu realizzato in cemento armato ricoperto in pietra. L’Olympiastadion ha forma ovale con la sola interruzione costituita dalla Porta di Maratona nel lato est.

Il portico colonnato dell’Olympiastadion di Berlino | © Looking for Europe 2018
Interno dell’Olympiastadion di Berlino | © Looking for Europe 2018

Lo stadio fu realizzato dai figli dell’architetto berlinese Otto March (autore del preesistente ippodromo), Werner e Walter March sotto la diretta supervisione del ministro degli interni. Adolf Hitler partecipò di persona alla revisione del progetto e in particolare si oppose all’idea di inserire vetrate all’interno delle arcate che furono di conseguenza “riempite” con lastre di pietra di calcare. Riferendosi alla proposta dei fratelli March comunicò al suo consulente Albert Speer: “non entrerei mai in una scatola di vetro moderna”.

Hitler svolgeva un ruolo di primo piano nella loro progettazione, come testimoniano, oltre alle memorie di Speer, anche i diari di Goebbels e l’esistenza di alcuni schizzi di suo pugno

Da Memorie di Pietra di Gian Pero Piretto (ed. Raffaello Cortina, 2014)

Insieme allo stadio fu eretta la torre Glockenturm che venne riedificata a seguito dei danneggiamenti conseguenti un incendio. Oggi lo stadio è in uso (vi gioca il campionato la Herta Berliner) ed è visitabile anche secondo un percorso storico e architettonico. Tra il 2000 e il 2004 è stato realizzato l’importante intervento di restauro comprensivo dell’inserimento dell’avvenirista copertura delle gradinate. Nel 2006 l‘Olympiastadion ha ospitato la finale dei Mondiali di calcio tra Italia e Francia (conclusasi 6 a 4).

Il KdF Seebad-Rügen di Rügen

A Seebad Prora, nel lungomare dell’isola di Rügen, sorge il celeberrimo KdF Seebad, l’edificio nato per offrire ospitalità ricreativa a basso costo alle famiglie tedesche. Parte delle iniziative dell’ente dall’immaginifico nome Kraft durch Freude (la Forza Attraverso la Gioia) dipendente dalla Deutsche Arbeitsfront, il Fronte Nazionale dei Lavoratori, il complesso aveva l’obiettivo di ospitare contemporaneamente 20.000 persone insieme a 2.000 addetti alla gestione. Ciò che caratterizza l’edificio, come si può capire dalla sua capienza, è l’estensione (viene mantenuta la preferenza per edifici dalla verticalità ridotta) che raggiunge i 4.500 metri.

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Seebad Prora | © Jim Maurer
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Seebad Prora | © Jim Maurer
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Seebad Prora | © Jim Maurer

Il progetto prevedeva la costruzione di otto enormi edifici dedicati all’ospitalità dei turisti e del personale di servizio. Prevedeva, inoltre, la realizzazione di un teatro, un cinema, alcune piscine e un ampio spazio dedicato ai festival e ai raduni. L’edificazione iniziò nel 1936 e impegnò 9.000 lavoratori. Responsabile dell’attuazione fu il Dr. Robert Ley che aveva il doppio ruolo di direttore del Fronte Nazionale dei Lavoratori e di responsabile dell’ente Kraft durch Freude. I lavori procedettero speditamente, ma tre anni dopo, nel 1939, vennero interrotti perché iniziò la Seconda Guerra Mondiale a seguito dell’offensiva lanciata dai tedeschi nel suolo polacco. La colossale opera, nel mentre, era stata per lo più realizzata escludendo le sole piscine e l’area dedicata ai festival (si tratta di un’enorme piazzale rimasto vuoto).

Si comprenderà presto in tutta la sua chiarezza il grande beneficio apportato a tutto il secolo dalle imponenti opere architettoniche di questo periodo artefice di storia. Proprio esse contribuiranno più che mai a unificare e rafforzare politicamente il nostro popolo, diventeranno per i tedeschi l’elemento sociale unificante del sentimento di rigogliosa appartenenza alla stessa collettività, dimostreranno socialmente la ridicolaggine di alcune differenze terrene rispetto ai segni giganteschi e imponenti della nostra collettività, e installeranno nella psicologia dei cittadini della nostra nazione l’imperitura coscienza di se stessi: di essere tedeschi!

Dal discorso sulla cultura tenuto dal Führer al raduno annuale del partito del 1937

L’architettura è di stampo razionalista poiché straordinariamente semplificata: non vi sono decorazioni, la forma è drammaticamente ridotta al puro volume e il materiale impiegato è decisamente economico. Per la sua inedita dimensione, tuttavia, il complesso potrebbe essere considerato anche come espressione sui generis del monumentalismo architettonico particolarmente in voga durante gli anni del nazionalsocialismo.

I teatri all’aperto Thingstätte

Edifici simbolo del parossismo ideologico nazionalsocialista, i teatri denominati Thingstätte o Thingplatz rappresentarono una singolare esperienza sia architettonica che culturale. Essi avevano il compito di ospitare manifestazioni teatrali multidisciplinari (le Thingspiele) dedite al culto delle antiche gesta germaniche e dei luoghi appartenuti alle “genti” di sangue germanico aderendo così a uno dei principi fondanti dell’ideologia nazista, quello del “sangue e suolo”. In Germania ne furono pianificati quattrocento, ma ne vennero realizzati solamente, per modo di dire, una quarantina tra il 1933 e il 1939. I Thingstätte furono edificati sul modello classico dell’anfiteatro greco e per la maggior parte sorsero in luoghi isolati. A stabilire la distribuzione geografica dei thingstätte, infatti, furono sopratutto ragioni di carattere storico, simbolico e paesaggistico come la concomitante presenza di corsi o specchi d’acqua, alberi secolari, rocce o colline, antiche rovine o antichi miti a questi collegati.

Oggi possiamo prenderne atto in numerose località della Germania e dei territori appartenuti ad essa sino al 1939. Il più noto è l’attuale Waldbühne, l’anfiteatro di Berlino nato con la denominazione Dietrich-Eckart-Freilichtbühne. Edificato tra il 1934 e il 1936 nei pressi dell’Olympiastadion faceva parte del complesso di costruzioni associate allo svolgimento dei giochi olimpici dell’estate del 1936. Come molte opere dedicate all’evento epocale anche il Thingplatz di Berlino fu progettato dall’architetto tedesco Werner March. Il teatro può accogliere circa 20.000 persone. Attualmente è ancora in funzione come teatro all’aperto.

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Il Thingstätte di Heidelberg | © Rebecca Sims
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Il Thingstätte di Heidelberg | © Holger Prothmann

Ottimamente conservato, seppure in stato di abbandono, è anche il Thingstätte che occupa la sommità del colle di Heilingenberg a Heidelberg. Anche in questo caso, il teatro è posto su un avvallamento naturale ed è caratterizzato da una forma ellittica particolarmente pronunciata. La cavea, l’insieme delle gradinate, non prevede tribune o altre soluzioni atte a differenziare il pubblico rappresentando simbolicamente l’uguaglianza delle “genti”. Le gradinate sono disposte su 56 file e terminano ai lati con due torri che avevano l’esclusiva funzione di sostenere i pennoni portabandiera. Alle spalle dell’arena si eleva un palcoscenico dalla forma essenziale e dotato di due scalinate poste alle estremità. Il Thingstätte di Heidelberg poteva accogliere 15.000 persone.

Il teatro di Heidelberg fu inaugurato il 22 giugno 1935 alla presenza di Goebbels che definì il Thingstätte come “la vera chiesa del Reich” e anche come “il Nazionalsocialismo in pietra”. Già nel 1936 la gerarchia nazionalsocialista iniziò e perdere interesse per i Thingspiele (e di conseguenza per i Thingstätte) anche perché divenuta consapevole del fatto che i teatri all’aperto in una nazione con un clima per lo più freddo e piovoso non potevano trovare l’ambita fruizione.

La Schwerbelastungskörper di Berlino

A Berlino, nel quartiere di Tempelhof-Schöneberg troviamo una imponente, minacciosa e enigmatica struttura dalla forma cilindrica. Il suo nome si articola in ben ventitré lettere e traducendolo in italiano diventa “corpo che sopporta un carico pesante”. Si tratta di una tra le più insolite reliquie del Terzo Reich risultata inamovibile poiché costruita interamente in calcestruzzo. Alta 18 metri e pesante 12.650 tonnellate, fu eretta per valutare il comportamento del fragile terreno della capitale in vista della realizzazione di un imponente arco di trionfo. L’arco era previsto nel visionario progetto che l’architetto capo Albert Speer approntò per la Berlino post bellica destinata a diventare Welthaupstadt, ossia Capitale del Mondo. Realizzata nel 1941, la Schwerbelastungskörper, questo il suo nome in tedesco, nei tre anni di test affondò di circa 18 mentre il valore massimo accettabile per procedere con i lavori era di appena 6 centimetri. La guerra e le sue conseguenze tuttavia, avrebbero resero inutile qualsiasi risultato.

architettura nazista
Il Schwerbelastungskörper visto dalla piattaforma di osservazione | © Looking for Europe 2018
interno del schwerbelastungskörper
Interno del Schwerbelastungskörper | © Looking for Europe 2018

Per anni il colosso circolare ha costituito un enigma irrisolto. Innumerevoli sono stati i tentativi di spiegare il significato di questo blocco di cemento in mezzo ai Kleingarten, gli orti urbani. Un bunker? Una cisterna? Un avamposto militare? Nessuna era abbastanza convincente perché semplicemente non c’era spiegazione plausibile per questo mostro di cemento di 12.650 tonnellate. Finché non vennero trovate le planimetrie…

Da 111 luoghi di Berlino che devi proprio scoprire (Emons Edizioni)

Secondo il progetto di Albert Speer, la Berlino post bellica avrebbe visto la realizzazione di un importante asse nord-sud lungo cinque chilometri la cui larghezza avrebbe raggiunto il 120 metri. Ai due estremi sarebbero sorte la mastodontica Große Halle o Volkshalle (con un’altezza di 200 metri e una cupola sessanta volte più grande di quella della Basilica di San Pietro di Roma) e l’Arco di Trionfo, quest’ultimo previsto con la considerevole altezza di 117 metri (si tenga presente che l’omonimo arco parigino è alto “appena” 50 metri). Il progetto avrebbe richiesto interventi faraonici compreso il livellamento del terreno in tutta l’area a sud con una alzata di 14 metri. Come unica testimonianza di questo progetto, resta laconicamente la sola Schwerbelastungskörper nascosta dagli alberi lungo la appartata Dudenstrasse. Dal 1995 è annoverata tra i beni storici e oggi, il visitatore vi troverà accanto una piattaforma di osservazione che consente di guardare dall’alto l’ingombrante cilindro e di prendere atto del tracciato del mai realizzato asse nord-sud.

architettura nazista a berlino
Placca didascalica presso il Schwerbelastungskörper | © Looking for Europe 2018

Le Flaktürme

Nelle città di Berlino, Vienna e Amburgo troviamo giganteschi complessi interamente realizzati in cemento armato mantenuto a vista. Di tale possanza da far impallidire qualsiasi edificio in stile brutalista, i costrutti sono la più evidente testimonianza della architettura bellica difensiva eretta dal regime nazionalsocialista durante la seconda guerra mondiale. Si tratta di coppie di torri, ne troviamo tre a Berlino, tre a Vienna e due a Amburgo, che furono utilizzate dai reparti della contraerea (FlaK) per difendere le città dalle incursioni aeree e per offrire capienti rifugi ai civili. Ciascuna coppia comprendeva la Geschützturm o G-Turm che era la torre armata dove venivano installate le batterie contraeree pesanti e la Leitturm o L-Turm, sul cui tetto erano posti i radar di direzione del tiro. Le prime furono standardizzate nelle tre versioni Bauart 1, Bauart 2 e Bauart 3 a seconda della forma, della grandezza e della disposizione delle piazzole per i cannoni della contraerea. Differivano anche nel numero di civili che potevano ospitare al loro interno (dai 10.000 ai 18.000) mentre tutte erano autonome per quanto riguardava la produzione di energia, l’approvvigionamento idrico e i servizi sanitari offrendo anche una sicura protezione contro attacchi chimici. Le seconde rimasero “libere” nella progettazione avendo il semplice compito di sopraelevare il punto di avvistamento radar. Per tutte, la capacità di resistere agli attacchi dei bombardieri e ai tentativi di abbattimento successivi al conflitto, dipese dallo spessore delle pareti che raggiungeva i tre metri e mezzo.

architettura nazionalsocialista
La Flaktürme G-Towe del parco di Augarten di Vienna | | © Looking for Europe 2016

Lo studio delle ingombrati fortificazioni fu affidato all’architetto Friedrich Tamms collaboratore dell’architetto capo e successivamente ministro Albert Speer. Le flaktürme furono costruite a partire dal 1940 a seguito dei primi bombardamenti su Berlino che indussero Hitler a imporre la realizzazione di una difesa contraerea stabile attorno alle città. Si trattò di complessi estremamente dispendiosi la cui efficacia difensiva si dimostrò limitata. Oggi, parte delle torri sono in stato di abbandono, alcune sono state parzialmente demolite, altre hanno trovato i più diversi utilizzi. La L-Turm di Esterhazypark a Vienna, ad esempio, è stata trasformata nell’acquario pubblico Haus des Meers. Ad Amburgo, la G-Turm di Heiligengeistfeld ospita, tra le altre, un nightclub l’Uebel und Gefährlich, dove si tengono concerti. La Flaktürme di Friedrichshain a Berlino è divenuta tristemente famosa per essere stata il luogo dove si è verificato il più grande disastro artistico della storia moderna. Su ordine di Hitler, nel 1940 al suo interno furono messe al sicuro importanti opere d’arte provenienti dai musei della capitale e in particolare dal Kaiser-Friedrich-Museum, l’attuale Bode Museum. A guerra conclusa, dopo l’ingresso a Berlino dei militari sovietici,  la torre subì tre incendi che distrussero quasi 400 dipinti e 300 sculture. Tra le opere distrutte anche quelle di Caravaggio, Tintoretto, Cranach, Rubens, Donatello, Goya e Caspar David.

Troverete la descrizione di altre architetture del nazionalsocialismo continuando a seguire Looking for Europe…

 

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5 risposte a "Ciò che rimane dell’architettura nazista"

  1. Le due Flak Turm di Amburgo le ho viste anche io. Quella di forma cilindrica presso il porto è oggi una torre con pannelli solari per la produzione di energia ed è visitabile anche all’interno poiché il primo anello ove erano dislocate le Flak leggere da 20 e 37 mm è ora un suggestivo punto panoramico con vista sulla città, dotato anche di bar e tavoli esterni.

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    1. Grazie Andrea di queste informazioni… So che sei uno specialista della materia e ti chiedo di sapermi dire se hai già pubblicato o se pubblicherai qualcosa sulle Flakturm che sono di interesse non solo per gli specialisti, ma anche per chi visita le tre città e si imbatte in questi inamovibili colossi di cemento. Molte grazie e a presto!

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      1. Ciao Davide, per il momento non ancora. Paradossalmente è già difficile aggiornare un blog con la quotidianità, quasi impossibile raccontare di viaggi e visite fatte prima dell’apertura della pagina on line. Comunque intendo farlo perché l’argomento è affascinante. Se vuoi posso comunque girarti qualche immagine. 🙂

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      2. Ciao Andrea, resto fiducioso e aspetto il tuo futuro post… Il tema è doppiamente intrigante perché le torri, oltre al ruolo avuto durante la guerra, restano e resteranno inevitabilmente in piedi e proprio nel centro di tre città così importanti e frequentate… Molte grazie e a presto!

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