Biennale d’Arte di Venezia 2019, le 10 cose da non perdere

L’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia giunge quest’anno alla 58° edizione. Il titolo è May You Live In Interesting Times per la curatela dell’americano Ralph Rugoff, attuale direttore della Hayward Gallery di Londra. L’esposizione resterà aperta ai visitatori sino al 24 novembre 2019. Ecco cosa non perdere tra le 87 partecipazioni nazionali e le 79 proposte della mostra collettiva che trovate presso i Giardini della Biennale e l’Arsenale.

1 Il padiglione Islanda

Una caverna di capelli sintetici e multicolore: ecco cosa troviamo nel sensazionale padiglione Islanda, il più appartato della Biennale d’Arte di Venezia 2019, ma anche il più immaginifico. Siamo nell’isola della Giudecca, nello Spazio Punch a pochi passi dall’ex Molino Stucky dove approcciamo un vero e proprio antro insolitamente e inaspettatamente capelluto. Realizzata dall’artista Hrafnhildur Arnardóttir del collettivo Shoplifter l’installazione è intitolata Chromo Sapiens e ci trasforma da subito in preistorici uomini delle caverne mentre perlustriamo lo spazio labirintico lasciandoci accarezzare dalle fluttuanti stalattiti e provando una irresistibile voglia di rimanerci dentro anche oltre il già esteso orario di apertura (sino alle 20.00). Un luogo confortevole e riposante che è anche un invito a fermarsi e a riflettere, ma su cosa?

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All’interno del Padiglione Islanda della Biennale d’Arte di Venezia 2019 | © looking for europe

2 L’evento collaterale Living Rocks

Scenograficamente di grande impatto, l’opera Living Rocks, a fragment of the universe, frutto della collaborazione degli artisti australiani James Darling e Lesley Forwood, fonde scultura, immagini in movimento e musica nella suggestiva cornice dei Magazzini del Sale, gli storici magazzini veneziani di salgemma posti lungo le Fondamenta delle Zattere. Da una estesa vasca d’acqua vediamo affiorare sculture che riproducono i primordiali tromboliti: gli unici esseri viventi sulla terra per oltre tre miliardi di anni e fautori dell’inizio dell’atmosfera nel nostro pianeta. Sullo sfondo, un video ci fa immaginare la terra così come era prima della vita e, come ipotizzano gli autori del progetto, così come sarà dopo la vita. Al centro troviamo la questione della fragilità del nostro pianeta: un tema inflazionato, ma questa volta ammirabilmente affrontato.

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Particolare dell’installazione Living Rocks presso i Magazzini del Sale | © looking for europe

3 Gli autoritratti di Mari Katayama

Esposti sia all’interno dell’Arsenale che nel Paglione Centrale dei Giardini della Biennale, gli autoritratti fotografici della giovane giapponese Mari Katayama (classe 1987) interessano e commuovono. Nata con una rara malattia genetica che colpisce le tibie e, nel suo caso, una mano, a nove anni, Mari decide autonomamente di farsi amputare la parte finale della gamba. Le immagini espongono il suo non comune corpo circondato da oggetti e sculture di tessuto da lei stessa realizzati. Le fotografie fanno parte della serie Shadow Puppet e rappresentano il modo con cui la artista si confronta con la disabilità lasciando al pubblico la scelta se rimanerne provocato o ammirato…

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Dalla serie Shadow Puppets di Mari Katayama presso il Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale | © looking for europe

4 Il Padiglione Belgio

«Tutte le scene che vedrete in questo film sono vere e sempre riprese dal vero. Se spesso saranno scene amare è perché molte cose sono amare su questa terra» così recitava il cartello iniziale del nostrano film documentario Mondo Cane il cui più che laconico titolo è stato ripreso dagli artisti Harald Thys e Jos de Gruyter per il loro progetto espositivo alla Biennale di Venezia 2019. Cosa vedremo? Una serie di pupazzi che rappresentano uomini e donne vissuti nel passato e che possiamo avvicinare e conoscere anche attraverso una comoda guida consegnata all’ingresso del padiglione. Fate attenzione tuttavia: seppur di aspetto affabile e persino simpatico, essi rappresentano individui per lo più malvagi e inquietanti con cui non vorremo averci a che fare. Il significato? Un ben congegnato sberleffo alla “nostra” ossessione per il passato che rende attraente anche un improbabile museo etnografico dove a comparire ci sono sopratutto loschi figuri. Grazie al cielo, alcuni personaggi se ne stanno dietro le sbarre perché averli lasciati liberi sarebbe stato troppo…

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Il più pericoloso… Presso il Padiglione Belgio della Biennale d’Arte di Venezia 2019 | © looking for europe

5 Le sculture e i dipinti di Nicole Eisenman

Da qualche parte tra l’Espressionismo tedesco, il post impressionismo e Picasso, possiamo catalogare la straordinaria opera dell’americana Nicole Eisenman. Mentre all’Arsenale troviamo i suoi volti scultorei, nel Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale troviamo alcune opere pittoriche: entrambe le proposte sono di grande interesse e tra le più appassionanti e stimolanti dell’intera mostra. Incentrate sull’esplorazione della condizione umana e più specificamente della cultura contemporanea, le opere della Eisenman sono ricche di pathos e di dark humor mentre ritraggono la controversa quotidianità dell’artista e del suo entourage con occasionali apparizioni di fumettosi personaggi immaginati…

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Particolare da Morning Studio (2016) di Nicole Eisenman | © looking for europe
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Nicole Eisenman presso i Giardini della Biennale di Venezia | © looking for europe

6 Il Padiglione Polonia

Premessa: ho una innata passione per tutta l’arte che utilizza i mezzi di trasporto ribaltandoli. Alla Biennale di Venezia, nel 2017 sono stato accontentato dall’artista austriaco Erwin Wurm che mise in verticale un camion, mentre, nel 2011, dal duo americo-cubano Allora & Calzadilla che sistemarono di fronte al Padiglione Stati Uniti un carrarmato sottosopra. Quest’anno è il Padiglione Polonia a riproporre il soggetto attraverso l’installazione intitolata Flight: un aeromobile privato di lusso rovesciato, “scorticato”, posticciamente ricostruito e chissà come (la porta non è poi così larga) ficcato dentro la sala espositiva. L’opera è dell’artista Roman Stańczak e si presta a numerose attribuzioni di significato anche se, in questo modo, diventa più concettuale che surreale e la cosa disturba un po’ il mio idillio con il genere…

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Presso il Padiglione Polonia alla Biennale di Venezia 2019 | © looking for europe
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L’installazione Flight di Roman Stańczak presso il Padiglione Polonia | © looking for europe

7 Il Padiglione Iran

Di grande suggestione e finalmente ottimamente allestito, il Padiglione Iran presentato alla Biennale d’Arte 2019 rappresenta una luminosa svolta nella partecipazione all’evento veneziano dello stato mediorientale. Quest’anno, gli spazi occupati sono quelli del pregevole Fondaco Marcello posto lungo il Canal Grande a pochi passi da Campo Santo Stefano. Il titolo della mostra è invidiabilissimo: Of Being and Singing. Tra gli artisti coinvolti cito Samira Alikhanzadeh la cui opera The Rigid Phantom of Memory omaggia la memoria del passato e le sue infinite possibili forme e immagini. A chiudere la mostra, la straordinaria opera Life di Reza Lavassani che affronta il tema dello scorrere e del ricorrere del tempo: un’installazione (in cartapesta) fortemente evocativa, commovente e suggestiva che il silenzio di un padiglione poco visitato predispone in modo ottimale per i suoi fortunati avventori…

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Particolare dell’opera Life di Reza Lavassani presso il Padiglione Iran | © looking for europe

8 Il Padiglione Argentina

Superato l’annoso “problema del cavallo” che nel 2017 aveva posto il Padiglione Argentina in testa alle preferenze del pubblico e in coda a quelle della critica, nel 2019 lo stato sud americano sceglie le tinte oscure e poco rassicuranti dell’installazione El nombre de un país della artista Mariana Telleria. All’interno dell’Arsenale, sette sculture monumentali pendono seguendo una corsia solo parzialmente illuminata. A comporle sono parti di automobili, spazzatura e materiali vari la cui natura è celata dal buio. Difficile attribuirgli un significato univoco visti i molti rimandi che comprendono l’iconografia religiosa e la transitorietà delle cose. Di grande impatto.

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Biennale di Venezia 2019 presso il Padiglione Argentina all’interno dell’Arsenale | © looking for europe

9 Il Padiglione Gran Bretagna

Come prassi, la Grand Bretagna dedica la sua partecipazione alla Biennale di Venezia 2019 a un solo artista e, come è accaduto nelle ultime due edizioni, nuovamente a una donna. La monografica porta il nome della nord irlandese Cathy Wilkes (classe 1966) che propone una serie di installazioni scultoree, dipinti e stampe. Le opere sono rarefatte all’interno di uno spazio che resta per lo più vuoto o, più precisamente, bianco. Nell’insieme, l’esposizione è fortemente evocativa rimanendo sospesa tra l’onirico, l’oscuro e il dormiente. Intuiamo la presenza di infinite, ma indefinite interconnessioni tra oggetti, pupazzi, arredi e altre “memorie” cogliendo appieno quanto invoca la presentazione ufficiale della mostra: “Wilkes fa appello, in maniera profondamente toccante, coinvolgente e solenne, al nostro coraggio di respingere l’idea che la conoscenza sia qualcosa che possiamo sempre possedere”.

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Una delle installazioni di Cathy Wilkes presso il Padiglione Gran Bretagna | © looking for europe

10 I ritratti fotografici di Zanele Muholi

Nuovamente con doppia esposizione all’Arsenale e al Padiglione Centrale dei Giardini della Biennale troviamo le straordinarie immagini fotografiche della sudafricana Zanele Muholi (classe 1972). L’opera della Muholi si concentra sui temi della razza, il genere e la sessualità con un lavoro che si rivolge a individui lesbiche, gay, transgender e intersessuali neri. Si tratta di un progetto fotografico in continua evoluzione che testimonia non solo l’attività artistica ma anche di militanza e di testimonianza dell’artista da lungo tempo impegnata nella difesa dei diritti delle donne e in particolare delle lesbiche nere del Sud Africa a cui è imposta l’emarginazione. Gli scatti di Zanele sono tra le molte opere di grande bellezza e interesse provenienti da artisti africani ed esposte in una Biennale mai come quest’anno al femminile e mai così aperta alla black culture. La via aperta dalla discutibile, seppure seminale Biennale del 2015 (quella curata dal recentemente scomparso Okwui Enwezor), trova nella ricerca di Ralph Rugoff un ulteriore conferma che la direzione era più che corretta…

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Biennale di Venezia 2019, una delle opere di Zanele Muholi esposta presso l’Arsenale | © looking for europe

 

 

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7 risposte a "Biennale d’Arte di Venezia 2019, le 10 cose da non perdere"

    1. Oh! Thank you so mutch! My favourite is the Icelandic one, so soft, so creative… But there are many interesting exhibitions around Venice and the chiuce is really hard… Thnak you for visiting and hope you will be able to go to the Biennale in 2021… Ciao!

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