Max Richter, Memoryhouse

Memoryhouse è l’album d’esordio del compositore neoclassico anglo-tedesco Max Richter. L’album, pubblicato nel 2002, raccoglie 18 brani concettuali, minimalisti e magnifici. Memoryhouse è un viaggio attraverso le tragedie, ma anche la bellezza dell’Europa del Novecento, un viaggio che invito a intraprendere…

La prima impressione che si ha ascoltando Memoryhouse è visiva: brano dopo brano il disco scorre come se stessimo sfogliando un vecchio album fotografico. Un album dove le immagini sono in bianco e nero, sfuocate e quello che si vede è solo una porzione del soggetto, un frammento che ci lascia comunque sospesi e incerti. Memoryhouse, ha come tema l’Europa del ‘900.

Il brano Europe after the rain, in apertura, è già sintesi dell’intero lavoro. La composizione inizia con il suono, o il rumore, della pioggia, poi una voce melanconica recita Night does away with colours. It let’s blaze the colour of the soul (la notte elimina i colori, la notte infiamma il colore dell’anima). Il testo è tratto da uno scritto di Edmond Jabès, poeta di lingua francese, ebreo, di origini italiane, cresciuto in Egitto e poi a Parigi. Jabès ama disorientare, sovvertire, creare nuovi significati, è un surrealista. Lo stesso accade con il minimalismo di Richter, ma per un processo diverso. L’assenza di movimento, la ripetizione, il silenzio, le letture incomprensibili perché in lingue sconosciute, creano nuovi spazi percettivi, condizionati da un mood melanconico, ma aperti alla individuale attribuzione di significato. Anche il titolo potrebbe essere una citazione surrealista, corrisponde alla visione pittorica di Max Ernst dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale. Desolante e magnifico.

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Maria, the Poet (1913) è un reading soffocato e sfumato di un poema scritto dalla grande e sfortunata poetessa russa Marina Cvetaeva (o Tsvetaeva) nel 1913 (qui il testo in italiano). Recitato in russo, il componimento è un requiem cupo: c’è l’abisso, l’oblio… Marina morirà suicida, ma prima vivrà sulla propria pelle la persecuzione, i campi di lavoro, la povertà e la separazione dal marito. La sua vita sarà segnata dalla rivoluzione bolscevica, dalle purghe staliniane e dalle due guerre. Memoryhouse è immerso in un secolo, il novecento, denso, tragico e difficile da rappresentare anche perché già scomposto e frammentato nella memoria individuale e collettiva. Maria, the Poet (1913) è un brano suggestivo, anzi magnifico nella sua potenza espressiva e nella sua voluta indeterminatezza.

In Laika’s Journey un organo produce soffusi suoni spaziali a gravità zero. Sono i suoni che forse la bastardina Laika udì nei suoi dieci giorni di permanenza nello spazio dall’interno della capsula spaziale sovietica. Un altro frammento che ci porta al 3 novembre del 1957 quando la ricerca di approdare nello spazio infinito travolse una inconsapevole cagnetta di tre anni. Ancora un’altra memoria isolata, incompleta, sfuocata.

La straordinaria Sarajevo è il lamento di una città violentata dalla guerra, dall’assedio e dalla persistente incapacità di superare il trauma. Non potrei immaginare colonna sonora più appropriata per descrivere l’invariabile stato della capitale bosniaca che continua a esibire i segni lasciati dalle granate e dai proiettili nei muri dei suoi edifici. Nel brano, la voce del soprano inglese Sarah Leonard si fonde con il violino in un crescendo emotivo, drammatico e magnifico. Forse, è questo il passaggio più straziante dell’intero disco e certamente è quello più evocativo e memorabile.

Garden (1973) Interior è  una composizione in stile drone music dove possiamo ascoltare la voce del compositore e teorico musicale statunitense John Cage tratta dalla registrazione di un reading eseguito dal compositore a Harvard alla fine degli anni ottanta. Il testo fu redatto secondo la forma letteraria che Cage denominò mesosticsdove le parole sono ordinate casualmente da un computer per formare insieme tutte le risposte che rispondono a tutte le domande. Curiosa l’idea di affidarsi al caso per tentare di trovare un ordine.

La composizione Fragment ci dà un’altro prezioso indizio per comprende appieno l’opera di Max Richter. La sua partitura appare come inesorabilmente incompleta, si distinguono chiaramente delle assenze e, forse, le note mancanti sono proprio quelle che più chiaramente distinguiamo. Il brano è come in un’immagine scolorita, sgualcita che, tuttavia, mantiene il suo valore evocativo anche se non riusciamo a capire con esattezza i contorni del soggetto.

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Last Days ci viene spiegata direttamente dal compositore che nelle note contenute nel disco Memoryhouse, ci conferma che il titolo si riferisce all’idea che la nostra cultura sta vivendo oltre la fine della storia. L’intero disco emana un forte senso di precarietà che il brano riassume lasciando l’ascoltatore estasiato, ma anche perso e stranito in un mondo di immagini e suoni frammentati.

Tutte le composizioni di Memoryhouse si basano su archi e pianoforte, ci sono poi le ripetizioni, gli inserti elettronici, le voci multilingue che sembrano provenire da un’altra epoca, la semplicità, il minimalismo, Bach, e poi il canto straziante e, ancora, le ripetizioni, l’elettronica che qui suona antica, gli arpeggi e i rumori, la poesia e la pioggia che è il primo suono che sentiamo. Max Richter ha una passione infinita per Bach, ma anche per Philip Glass, Arvo Pärt e Brian Eno. Fu il pupillo del compositore italiano d’avanguardia Luciano Berio, rispetta la forma compositiva classica, ma utilizza la tecnologia digitale e in particolare le sonorità tipiche dell’elettronica ambient. Il risultato sono composizioni melodiose e struggenti, che hanno la capacità di evocare immagini come fossero colonne sonore di film che non esistono ma che possiamo comunque guardare.

Decisamente Memoryhouse è uno di quei pochi dischi che hanno la capacità di evocare infiniti pensieri, suggestioni e immagini. Un disco da ascoltare in solitudine poiché invita alla riflessione e alla malinconia.

Il dovuto riconoscimento dell’artista tedesco avverrà solo dopo le molte sonorizzazioni cinematografiche che esporranno il lavoro di Richter al grande pubblico. Tra queste vanno citati il tema portante della serie televisiva Leftovers, la colonna sonora del magnifico lungometraggio animato Valzer con Bashir e del film Come pietra paziente, per citarne solo alcuni.


71qNtnbGm1L._SL1400_Artista: Max Richter
Etichetta: Fatcat Records
Anno: 2002

Memoryhouse (Deluxe 2LP Coloured Vinyl)

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