Biennale d’Arte di Venezia 2017: i padiglioni nazionali presso l’Arsenale

Dopo la visita ai padiglioni dei Giardini della Biennale, abbiamo proseguito il nostro “tour” della Biennale d’Arte di Venezia visitando quanto esposto presso l’Arsenale. Il titolo dell’edizione 2017 (la curatrice è la francese Christine Macel) è Viva Arte Viva ed è da interpretarsi come una vera e propria incitazione fatta agli artisti, ma anche al pubblico, a vivere l’arte con positività e entusiasmo…

Limitandoci ai soli padiglioni nazionali, l’Arsenale ne ospita 24, ecco cosa suggeriamo di visitare con maggiore attenzione ricordando che la selezione è del tutto personale e, pertanto, sindacabilissima…

Biennale d'Arte 2017, i padiglioni nazionali presso l'Arsenale di Venezia

Surrealismo georgiano

La Georgia è una piccola nazione, ma il suo contributo alla rinascita culturale e artistica di quello che viene definito il new east (il nuovo est europeo) è decisamente sostanzioso e lo possiamo constatare anche dalla proposta fatta dal paese caucasico per la Biennale di Venezia 2017. All’interno dell’Arsenale, l’artista Vajico Chachkhiani (classe 1985) ha portato un’installazione sensazionale poiché capace di suscitare notevole interesse, sorpresa, stupore e commozione. Si tratta di una vera e propria antica dacia lignea trasportata dalle remote valli georgiane all’interno dell’Arsenale di Venezia. Insieme al capanno (trovato in stato di abbandono dall’artista) è stata trasportata e ricollocata anche la mobilia. Ciò che caratterizza l’installazione, tuttavia, è il surreale (in senso magrittiano) fenomeno della pioggia che scende dai soffitti delle stanze e che possiamo vedere, dall’esterno attraverso le finestre. L’effetto non è solo surreale, ma fortemente evocativo. L’opera dal titolo Un cane vivo in mezzo ai leoni morti omaggia il popolo georgiano e la sua secolare resilienza di fronte alle continue invasioni. Se la critica alla Biennale di Venezia, per lo più, trascura persino di menzionare il padiglione Georgia e l’opera di Chachkhiani, i visitatori, invece, ne rimangono ammaliati, noi con loro…

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La memoria e le sue antiche rotte

Il padiglione Singapore è quasi per intero occupato da un’antica imbarcazione immaginaria di cui rimane unicamente lo scheletro ligneo. L’imbarcazione è sospesa, fluttuante, così come se la stessimo sognando… L’opera dell’artista Zai Kuning, il titolo è Dapunta Hyang: transmission of knowledge, trova una perfetta collocazione all’interno dell’Arsenale dove la Serenissima realizzò il più importante cantiere navale del mondo che per molti decenni fu anche la più grande fabbrica d’Europa. L’imbarcazione ricorda i fasti dell’antico regno e potenza marittima (VII sec.) di Srivijaya il cui primo re fu Dapunta Hyang. Malgrado la sua notevole estensione territoriale e la sua importanza per lo sviluppo culturale delle aree raggiunte, dopo il suo rapido declino (XIII sec.), sono andate perse pressoché tutte le testimonianze della sua esistenza. L’opera, non solo trasporta il pubblico lungo antiche rotte marittime, ma anche attraverso la storia, la memoria (perduta) e i processi che portano alla diffusione delle conoscenze da un capo all’altro del mondo. Perfettamente contestualizzata e particolarmente suggestiva…

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Mitologia di un’apocalisse 

Trasportati dal servizio navetta gratuito che dal Giardino delle Vergini (lo trovate dopo l’uscita nord dell’Arsenale) conduce alle rive opposte, abbiamo raggiunto l’estemporaneo padiglione Libano allestito con la sola installazione dell’artista e compositore Zad Moultaka intitolata ŠamaŠ. L’opera ha un notevole impatto e segna il ritorno in grande stile del paese mediorientale all’interno della manifestazione veneziana. Lo spettatore è invitato a ascoltare (la durata dell’esecuzione è di 12 minuti)  l’intreccio vocale proveniente da decine di diffusori (sono riprodotti antichi canti sia mediorientali che occidentali) e a seguire il gioco di luci che culmina con la nitida esposizione di un totem post-moderno (rivisitazione di quello eretto, secondo il Codice di Hammurabi, per il dio babilonese del sole e della giustizia ŠamaŠ) e del fondale interamente ricoperto di monete dorate (evocazione del Vello d’Oro della mitologia greca). Un’installazione monumentale, simbolica, immersiva, apocalittica…

Biennale di Venezia 2017 - Pavilion of Lebanon

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Il problema del cavallo

La monumentale scultura esposta presso il padiglione Argentina è certamente l’opera più ammirata da parte del pubblico della Biennale di Venezia. In molti, infatti, scelgono di soffermarsi lungamente di fronte all’imponente e imbizzarrito cavallo immortalato mentre una bambina con una mano ne ferma il moto (con l’altra, invece, si copre gli occhi). Poco oltre c’è la rappresentazione di un bambino seduto e annichilito e il tutto avviene in un padiglione dove sono precipitate e stanno ancora precipitando 400 rocce. Tre personaggi, una crisi, tre reazioni distinte, un vero e proprio dilemma. Accattivante, scenografico, romantico, surreale e in grado di stimolare una immediata relazione con il sentire del visitatore anche perché l’opera è estremamente semplificata nel suo linguaggio scultoreo (i protagonisti sembrano usciti da un cartone animato della Walt Disney). A imbizzarrirsi, in realtà, non è solo il cavallo, ma anche la critica che commenta il tutto con lunghe sfilze di improperi… L’opera, intitolata El problema del caballo è della scultrice Claudia Fontes.

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I nativi

I Mapuche sono un popolo nativo americano in parte, integratosi e urbanizzato e in parte, tutt’oggi raccolto in una comunità etnica che vive nei territori meridionali del Cile e dell’Argentina. A loro è dedicato il padiglione Cile interamente abitato dalle maschere tradizionali Mapuche (1.500 esemplari) che l’artista Bernardo Oyarzún ha raccolto e disposto in un’opera fortemente suggestiva, coreografica e di singolare bellezza. Oltre alle maschere, sulle pareti scorrono i nomi di tutti i 6906 membri che compongono la comunità. Non solo un omaggio, ma anche un riconoscimento a un popolo dominato e lungamente vittima di iniquità che tutt’oggi non sono cessate. Il titolo del padiglione è Werken

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Un freesa per tutti

Il padiglione Tunisia ha due originalità, anzi tre. La prima è che la medesima installazione che troviamo presso l’Arsenale è replicata in altre due posizioni all’interno della città lagunare. La seconda è che non c’è un artista: l’autore, infatti, è anonimo. La terza è che non si tratta di una vera e propria opera… Nel padiglione, troviamo uno sportello doganale con all’interno due imperturbabili funzionari che rilasciano al visitatore, una volta acquisiti impronta digitale, nome e email, un visto di ingresso universale e gratuito, valido per tutti i paesi, un Freesa appunto. L’ambito titolo di viaggio potrà persino essere applicato nella copertina del proprio passaporto. Il titolo della opera è The Absence of Paths e merita certamente un passaggio poiché, usciti dal padiglione, potremo finalmente andare ovunque e a pieno titolo

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Tutte le fotografie sono state da noi realizzate nel mese di maggio presso l’Arsenale in occasione della Biennale d’Arte 2017.
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3 thoughts on “Biennale d’Arte di Venezia 2017: i padiglioni nazionali presso l’Arsenale

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