Venezia, il controverso Padiglione Germania

A Venezia, all’interno dei Giardini della Biennale, il Padiglione Germania continua imperterrito a esporre le linee guida dell’architettura nazionalsocialista così come furono prospettate dal Führer in persona durante il suo breve, ma intenso soggiorno veneziano del 1934…

Difficile capire come mai il Padiglione Germania non abbia subito in questi anni alcuna ristrutturazione. Difficile capire per quale ragione non vi sia stata alcuna decisiva richiesta da parte del mondo tedesco dell’arte e dell’architettura di offrire ai molti visitatori delle celebri esposizioni veneziane un rinnovato contenitore capace di rendersi espressione di una contemporaneità che pone la Germania a anni luce di distanza dal suo turbolento passato imperiale. Fatto sta, che anche quest’anno, scrivo nel 2017, il padiglione Germania sarà esattamente quello che il Führer desiderava così come venne ristrutturato nel 1938.

Prima di presentarvi l’architettura e la sua storia, faccio una veloce premessa.

Lo scopo dell’architettura nazista dovrebbe essere quello di creare quelle che saranno fra mille anni le rovine e quindi di superare la transitorietà del mercato

Adolf Hitler

Andare oltre e procedere nella direzione di un impero già millenario anche se ancora mai nato: questa fu la comune ispirazione degli innumerevoli progetti architettonici promossi dal governo nazista che, tuttavia, solo raramente trovarono realizzazione. Iniziò la seconda guerra mondiale e il processo di riedificazione della Germania imperiale si dovette arrestare. Le imponenti e monumentali architetture immaginate dal leader insieme al fedele Albert Speer (1905-1981) ed entrambi ispirati dal lavoro dell’architetto Paul Ludwig Troost (1878-1934), restarono quasi tutte sulla carta. Solo alcune vennero compiute e tra queste, troviamo anche il rinnovato Padiglione Germania presso i Giardini della Biennale di Venezia.

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Vediamo ora la storia del Padiglione Germania.

Nel 1934, quando il Führer visitò la Biennale di Venezia (per conoscere i dettagli della visita seguite questo link), il Padiglione Germania era quello che l’ingegnere comunale veneziano Daniele Donghi aveva immaginato frugando nella classicità e trovando in un timido pronao caratterizzato da quattro esili colonne ioniche e dal frontone con timpano, gli elementi caratterizzanti. Si trattava di una costruzione in stile neo rinascimentale dalla semplificata planimetria articolata in tre spazi affiancati: una grande sala centrale affiancata da due sale di minore altezza e dimensione. Queste ultime, esternamente, erano caratterizzate dai mattoni a vista. L’edificio fu realizzato nel 1909 per diventare il Padiglione Bavarese. L’edificio venne realizzato a spese dell’amministrazione della Biennale e dato in locazione.

Nel 1912, il padiglione fu rinominato Padiglione Germania seguendo le indicazioni del Secondo Reich. Il passaggio comportò un primo intervento di modifica del padiglione che si limitò a rendere omogenei i tre volumi nascondendo con la calce i mattoni a vista e inserendo lungo il cornicione una fascia ad affresco con un fregio figurativo a tema mitologico.

Alla metà degli anni trenta, a fronte dell’esigenza di ampliare gli spazi del padiglione, venne dato l’incarico all’architetto Duilio Torres di progettare l’intervento. Torres si limiterà all’inserimento nel retro una tribuna semicircolare dedicata alle statue e all’aggiunta di due salette poste ai lati.

Nel 1934, la fragile eleganza della costruzione non convinse il cancelliere tedesco che ne chiese la riedificazione. L’intervento fu eseguito nel 1938 quando il padiglione fu rilevato dallo stato tedesco.

Il progetto fu affidato all’architetto Ernst Haiger che dal 1933 aveva in tasca la tessera del partito nazionalsocialista. Haiger aveva anche l’ottima credenziale di essere stato stretto collaboratore di Paul Ludwig Troost, l’architetto che più profondamente ispirò il Führer e che, di fatto, definì i criteri dell’architettura nazionalsocialista applicandoli in modo esemplare ai suoi due edifici più celebri, il Führerbau e la Haus der Kunst, entrambi realizzati a Monaco di Baviera. Per la Haus der Kunst, in particolare, Haiger si occupò degli arredi.

Approfondiamo ora le rinnovate caratteristiche architettoniche del padiglione Germania.

Per il suo incarico veneziano, Haiger non proporrà un intervento particolarmente stravolgente. Ciò che apporterà all’edificio esistente sarà l’inserimento di una severa finestratura serrata posta lungo il cornicione, l’ampliamento del pronao e la sostituzione delle esili colonne ioniche con quattro austere colonne squadrate e scanalate, l’inserimento dell’iscrizione Germania lungo l’architrave e l’eliminazione del frontone. Il padiglione venne leggermente rialzato e fu aggiunto uno spazio semicircolare nel retro della sala principale (una sorta di abside). All’interno, il marmo sostituì il legno.

Nel 1938, anno della sua inaugurazione, il Padiglione Germania era decisamente neo-classico, monumentale e severo ricordando precisamente le linee guida della architetture di rappresentanza del regime nazionalsocialista. Monumentale, ma senza presentare alcun eccesso nella dimensione come, invece, il tradizionale monumentalismo di regime avrebbe richiesto.

In questo caso, infatti, l’edificio ha una base e una verticalità simili a quelli dei vicini padiglioni di Francia e Inghilterra e risulta persino più dimesso di quello russo posto poco più indietro procedendo dall’ingresso. Cosa, questa, particolarmente curiosa, perché se torniamo indietro di un anno e consideriamo il progetto architettonico con cui la Germania decise di partecipare alla Esposizione Universale di Parigi del 1937, troviamo, invece, un padiglione a tal punto imponente che quello sovietico posto frontalmente, pur volendosi mostrare come “colossale”, risultava modesto. In quella occasione vi fu la ricerca della massima verticalità che rappresenterà una rarità all’interno delle esperienze architettoniche del nazionalsocialismo.

Architettura padiglione germania venezia
Interno del Padiglione Germania presso i Giardini della Biennale di Venezia

Tornando a Venezia, nei placidi Giardini di Castello o Giardini della Biennale, il Padiglione Germania di Haiger esibiva l’aquila nera, simbolo della Germania Imperiale e le immancabili bandiere rosse con la croce uncinata. L’aquila era sistemata sopra l’ingresso, mentre le bandiere erano poste ai lati del pronao. Tolti questi due espliciti orpelli e tolto, in tempi più recenti, il muro di separazione tra l’ingresso e la sala principale, il padiglione è esattamente quello che possiamo vedere oggi.

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Immagine tratta dalla brochure introduttiva all’esposizione d’arte del 2015

Proviamo ora a fare qualche considerazione generale sul persistente padiglione Germania.

Due aspetti mi sorprendono ogni volta che visito il Padiglione Germania. Il primo è la presenza di una sbiadita e decisamente trascurata titolazione nazionale. Il secondo è la complicata articolazione interna degli spazi. Manca, infatti, una logicità nel percorso e questo, è un fatto che risulta poco accettabile se lo colleghiamo a un paese che dedica all’arte e più in generale alle infrastrutture museali, edifici ovunque impeccabili, escludendo, appunto, il padiglione veneziano.

Il primo aspetto, in ogni caso, è quello che mi colpisce in particolar modo perché sembra che sia voluta l’assenza di una evidente e nitida scritta “Germania“. Sembra che sia il frutto di un imbarazzo dovuto alle note questioni storiche, oppure, il frutto di una trascuratezza determinata dal fatto che chiunque sia chiamato a intervenire sull’edificio veneziano ne rimanga immobilizzato dalla sua matrice ideologica ancora non estirpata.

Sempre nei Giardini della Biennale di Venezia, troviamo altri esempi di quanto il “dopo” sia un tema complicato da gestire e non solo per i tedeschi. Poco oltre il Padiglione Germania, infatti, troviamo il “recidivo” padiglione Cecoslovacchia e, attraversando il Rio dei Giardini, quello Jugoslavia. In questi due casi, la denominazione nazionale non è stata aggiornata e la cosa fa riflettere sulle complicazioni che possono sorgere anche in relazione a un semplice lavoro di aggiornamento della titolazione.

Molto diversamente accadde al Padiglione Sovietico, quando, dopo il 1991 e senza troppo clamore, un artigiano entrò sornione nei Giardini della Biennale per attaccare le sei lettere che compongono la parola Russia sostituendole a quelle della scritta Unione Sovietica. Si dice, tra l’altro, che l’intervento fu fatto in tarda serata per non dare in alcun modo nell’occhio. Detto, fatto, e forse è proprio così che bisognerebbe intervenire anche per il padiglione Germania, perché, altrimenti, si rischia di prolungare inutilmente la vita di un edificio poco funzionale, imbarazzante e non più espressione dei tempi. I Giardini della Biennale, infatti, non sono un museo di architettura a cielo aperto, bensì, uno spazio dedicato alla contemporaneità e la contemporaneità della Germania non è certamente espressa dal suo padiglione veneziano.

C’è anche un altro modo di interpretare la persistenza del padiglione tedesco ed è quello relativo alla radicata propensione al “preservare” tipica del capoluogo lagunare. Radicata al punto che persino i progetti degli illustri Frank Lloyd Wright, Louis Kahn e Le Corbusier non seppero convincere i decisori e furono, in questi casi per nostra comune fortuna, rigettati. Nei Giardini della Biennale, tuttavia, lo stesso approccio produce una situazione paradossale che vuole la “contemporaneità” immobilizzata nel suo stato al secolo scorso, escludendo il solo Padiglione Australia.

Vi sono poi ben più rognose questioni di carattere culturale. Nel 2011, la curatrice del Padiglione Germania, Susanne Gaensheimer, respinse le ripetute richieste fatte durante l’anno precedente da Arno Sighard, presidente della Camera Federale degli Architetti Tedeschi, di demolire il controverso padiglione. Susanne, nell’occasione, dichiarò che “non si può cambiare la storia demolendo l’architettura, ma possiamo usare l’architettura per preservare la consapevolezza della storia“.

Nel 2016, in occasione della Biennale di Architettura, il padiglione Germania subì una temporanea, ma invasiva, manipolazione. Sono state realizzate quattro grandi aperture in altrettante pareti. In questo modo, il padiglione è stato trasformato in un edificio irrimediabilmente aperto, almeno, sino alla chiusura della mostra internazionale. Il tema dell’esposizione tedesca era quello relativo a come deve essere un paese ospitale e per questa ragione i curatori della mostra hanno intelligentemente pensato di rendere anche il serioso edificio, espressione di uno spazio privo di barriere e lo hanno fatto nel modo più diretto e concreto. Quarantotto tonnellate di mattoni sono state rimosse, mentre, i mattoni successivamente utilizzati per chiudere le aperture sono stati impiegati per comporre un piano espositivo e un’ampia seduta ai visitatori.


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