Venezia, il controverso Padiglione Germania

A Venezia, nei Giardini della Biennale, il Padiglione Germania continua imperterrito a esporre le linee guida dell’architettura nazista: le stesse linee guida che furono indicate dal Führer in persona durante il suo breve, ma intenso soggiorno veneziano del 1934.

Difficile capire come mai questo padiglione, negli anni, non abbia subito alcuna ristrutturazione. Difficile capire come mai non vi sia stata alcuna decisiva richiesta da parte del mondo tedesco dell’arte e dell’architettura di offrire ai molti visitatori delle celebri esposizioni veneziane un rinnovato contenitore capace di rendersi espressione di una contemporaneità che pone la Germania a anni luce di distanza dal suo turbolento passato imperiale. Fatto sta, che anche quest’anno, scrivo nel 2016, il padiglione Germania sarà esattamente quello che il Führer desiderava e che venne realizzato nel 1938.

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Venezia, Giardini della Biennale, il Padiglione Germania (Foto: Creative Commons, autore: moritzbernoully, 2008)

Lo scopo dell’architettura nazista dovrebbe essere quello di creare quelle che saranno fra mille anni le rovine e quindi di superare la transitorietà del mercato

Adolf Hitler

Andare oltre e procedere nella direzione di un impero già millenario anche se ancora mai nato: questa è stata la comune ispirazione degli innumerevoli progetti architettonici promossi dal governo nazista, progetti che raramente trovarono realizzazione. Arrivò la guerra che fu scatenata proprio dalle armate tedesche controllate dal partito unico e il processo di riedificazione della Germania si interruppe perché bisognava costruire carrarmati, aerei da combattimento e ogni possibile altro manufatto utile a annientare il nemico. Le imponenti architetture immaginate dal leader e spesso insieme al suo amico Albert Speer, architetto simbolo del regime, restarono quasi tutte sulla carta e molte diventarono esclusivamente dei minuti modelli in scala. Alcune, tuttavia, vennero realizzate e tra queste il rinnovato Padiglione Germania presso i Giardini della Biennale di Venezia.

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Padiglione Germania presso i Giardini della Biennale di Venezia (Foto: Dage 2015)

All’interno di questo edificio, innumerevoli sono state le esposizioni che hanno “giocato” con la suggestione storica che la sua architettura inevitabilmente crea. La cosa è stata a tal punto sfruttata che è diventata inevitabilmente oziosa e poco interessante. Solo le sue rovine, dopo una demolizione lasciata volutamente incompleta, diventerebbero definitivamente un’installazione significativa che porterebbe il discorso su un altro piano, quello del “dopo”. Il “dopo”, che con il passare del tempo è diventato un argomento sempre più complicato da gestire perché nel mentre ci sono quelli che appesantiscono la discussione immobilizzando i decisori con argomenti sempre più sterili e farraginosi.

Nel 2011, ad esempio, la curatrice del padiglione Germania, Susanne Gaensheimer, respinse le ripetute richieste fatte durante l’anno precedente da Arno Sighard, presidente della Camera Federale degli Architetti Tedeschi, di demolire il controverso padiglione. Susanne, nell’occasione, dichiarò che “non si può cambiare la storia demolendo l’architettura, ma possiamo usare l’architettura per preservare la consapevolezza della storia”. Meglio, a questo punto, tornare indietro nel tempo.

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Padiglione Germania presso i Giardini della Biennale di Venezia (Foto: Dage 2015)

Nel 1934, quando il Führer visitò la Biennale di Venezia, il padiglione Germania era quello che l’architetto veneziano Daniele Donghi aveva immaginato frugando nella classicità e trovando in un timido pronao caratterizzato da quattro colonne ioniche e da un frontone con timpano, gli elementi caratterizzanti. Si trattava di una costruzione in stile neo rinascimentale articolata in tre spazi affiancati dove quelli esterni mostravano i mattoni a vista. L’edificio fu realizzato nel 1905 per diventare il Padiglione Bavarese. Nel 1912 fu rinominato Padiglione Germania seguendo le indicazioni del Secondo Raich. Il passaggio comportò un primo intervento di modifica del padiglione che si limitò a rendere omogenei i tre volumi nascondendo con la calce i mattoni a vista e inserendo lungo il cornicione un fregio figurativo. Nel 1934, la fragile eleganza di questa costruzione non convinse il cancelliere tedesco che ne chiese la riedificazione.

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Padiglione Germania presso i Giardini della Biennale di Venezia (Foto: Dage 2015)

Il progetto fu affidato a un certo Ernst Haiger che dal 1933 aveva in tasca la tessera del partito nazionalsocialista. Haiger aveva anche l’ottima credenziale di essere stato stretto collaboratore di Paul Ludwig Troost, l’architetto che più profondamente ispirò il Führer e che, di fatto, definì i criteri dell’architettura nazista applicandoli in modo esemplare ai suoi due edifici più celebri, il Führerbau e la Haus der Kunst, entrambi realizzati a Monaco. Haiger, in realtà, non farà un intervento così complicato e stravolgente, ciò che apporterà sarà l’inserimento di una finestratura decisamente serrata e posta in alto, lungo il cornicione, la sostituzione delle esili colonne ioniche con quattro severe colonne squadrate, l’inserimento dell’iscrizione Germania lungo l’architrave e l’eliminazione del frontone. Il padiglione venne leggermente alzato e vennero aggiunte nel retro tre stanze. All’interno il marmo sostituirà il legno.

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Biennale d’arte 2011, intervento sulla titolazione nazionale del Padiglione Germania (Foto: Creative Commons, autore: Lux & Jourik)

Nel 1938, anno della sua inaugurazione, il Padiglione Germania era decisamente neo-classico, monumentale e severo. Monumentale ma senza presentare alcun eccesso nella dimensione come il monumentalismo nazionalsocialista avrebbe altresì richiesto. In questo caso, l’edificio ha una base e una verticalità simili a quelli dei vicini padiglioni Francia e Inghilterra e risulta persino più “dimesso” di quello russo posto poco più indietro procedendo dall’ingresso. Cosa, questa, particolarmente curiosa, perché se torniamo indietro di un anno e consideriamo il progetto architettonico con il quale la Germania decise di partecipare alla Esposizione Universale di Parigi del 1937, troviamo, invece, un padiglione a tal punto imponente che quello sovietico, posto frontalmente, pur volendosi mostrare come “colossale” risultava alquanto modesto. In quella occasione vi fu la ricerca della massima verticalità che rappresenterà una rarità all’interno delle esperienze architettoniche del nazionalsocialismo.

Tornando a Venzia, nei placidi Giardini di Castello o Giardini della Biennale, il Padiglione Germania di Haiger esibiva l’immancabile acquila nera, simbolo della Germania Imperiale e, chiaramente, le bandiere con la croce uncinata. L’aquila era posta sopra l’ingresso, mentre le bandiere erano poste ai lati del pronao. Tolti questi due orpelli decisamente espliciti e tolto, in tempi più recenti, il muro di separazione tra l’ingresso e la sala principale, il padiglione è esattamente quello che possiamo vedere oggi.

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Immagine tratta dalla brochure introduttiva all’esposizione d’arte del 2015 (Foto: Dage 2015)

Due aspetti mi lasciano alquanto sorpreso ogni volta che entro nel Padiglione Germania. Il primo è la presenza di una sbiadita e decisamente trascurata titolazione nazionale. Il secondo è la complicata articolazione interna degli spazi. Complicata al punto che in due occasioni ho sciaguratamente mancato l’ingresso a due degli spazi espositivi poiché manca una logicità nel percorso e manca al punto che nell’ultima Biannale, quella d’arte del 2016, la brochure del padiglione presentava una mappa per consentire al visitatore di identificare i diversi spazi allestiti. Fatto questo che risulta poco accettabile se collegato a un paese che dedica all’arte e più in generale alle infrastrutture museali, edifici ovunque impeccabili, escludendo, appunto, il padiglione veneziano. Ma è comunque il primo aspetto che mi colpisce in particolar modo e lo fa perché sembra che sia voluta l’assenza di una evidente e nitida scritta “Germania”. Sembra che sia il frutto di un imbarazzo dovuto alle ben note questioni storiche, oppure, il frutto di una trascuratezza determinata dal fatto che chiunque sia chiamato a intervenire su questo edificio ne risulti immobilizzato dalla sua matrice ideologica ancora non estirpata.

Dicevo del “dopo” e forse, senza andare troppo in giro attraverso le città tedesche, già nella magnifica città lagunare si può trovare un esempio alquanto paradigmatico di come il “dopo” sia ancora un tema complicato. In fondo, poco più un là, troviamo il padiglione “Cecoslovacchia” e poi, attraversando il Rio dei Giardini, quello “Jugoslavia”. Anche in questi due casi, la titolazione non è stata aggiornata e la cosa fa riflettere sulle complicazioni che possono sorgere anche in relazione a un semplice lavoro di sostituzione della denominazione. Molto diversamente accadde al padiglione sovietico, quando, dopo il 1991 e senza troppo clamore, un artigiano entrò sornione nei Giardini della Biennale per attaccare le sei lettere che compongono la parola “Russia” sostituendo quelle della scritta “Unione Sovietica”. Sembra, tra l’altro, che questo intervento fu fatto in tarda serata per non dare in alcun modo nell’occhio. Detto, fatto, e forse è proprio così che bisogna intervenire anche per il padiglione Germania, perché, altrimenti, si rischia di prolungare inutilmente la vita di un edificio poco funzionale, alquanto imbarazzante e non più espressione dei tempi. I Giardini della Biennale, infatti, non sono un museo di architettura a cielo aperto, bensì, sono uno spazio dedicato alla contemporaneità e la contemporaneità della Germania non è certo abbinabile a questo padiglione.

C’è anche un altro modo di interpretare la persistenza di questa architettura ed è quello relativo alla radicata propensione al “preservare” tipica del capoluogo lagunare. Radicata al punto che persino i progetti degli illustri Frank Lloyd Wright, Louis Kahn e Le Corbusier non seppero convincere i decisori e furono rigettati. Questo approccio, tuttavia, nei Giardini della Biennale, produce una situazione paradossale che vuole la contemporaneità immobilizzata nel suo stato del secolo scorso, escludendo il solo padiglione Australia …

Nel 2016, in occasione della Biennale di Architettura, il padiglione Germania subisce una temporanea, ma decisamente importante, manipolazione. Quattro grandi aperture sono state realizzate in altrettante pareti; in questo modo il padiglione è stato trasformato in un edificio irrimediabilmente aperto, almeno, sino alla chiusura della mostra internazionale. Il tema dell’esposizione tedesca è quello relativo a come deve essere un paese ospitale e per questa ragione i curatori della mostra hanno intelligentemente pensato di rendere anche il serioso edificio espressione di uno spazio privo di barriere e lo hanno fatto nel modo più diretto e concreto. Quarantotto tonnellate di mattoni sono state rimosse, mentre i nuovi mattoni che saranno utilizzati per chiudere queste aperture, sono stati impiegati per comporre un piano espositivo dei molti materiali distribuiti e per offrire una ampia seduta ai visitatori. Un intervento interessante, anche perché a essere trasformato è uno dei pochi edifici che ricordano una dittatura decisamente molto poco ospitale.                                                                                                                        20160528_111941-01


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